ricordando Cristina Campo, poeta

18 gennaio 2017 di: Francesca Traìna

Ricorrono quaranta anni dalla scomparsa di Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini, voce tra le più alte della letteratura italiana del Novecento. Sono poche le scrittici emerse dall’indeterminato campo della cultura patriarcale, riconosciute dalla nostra società ancora oggi fortemente ancorata al neutro di stampo maschile.

Fra quelle maggiormente apprezzate resistono, oltre a Cristina Campo, Alda Merini, Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e poche altre. Davvero incredibile solo pensare che voci autorevoli non vengano apprezzate o, se apprezzate, volontariamente taciute dalla critica paludata e canonica.

Cristina Campo rappresenta, insieme a poche altre, un’eccezione perché la sua luce ha attraversato la barriera ostile che si frapponeva tra sé e il mondo pronto a voltarle le spalle.

Resta ineguagliabile la sua grazia espressiva unita alla profonda ricerca interiore.

La sua scrittura è un’evocazione spirituale, un’adesione devotissima – quanto rigorosa – alla meraviglia e allo stupore che discendono dalla ricerca dell’invisibile.

Raffinata traduttrice, poeta capace di sfidare l’indicibile e le più alte vette della poesia e della prosa, creatrice di straordinarie riflessioni sul senso della fiaba e della liturgia, Campo ha il dono di conciliare, nelle sue opere, la severa limpidezza del pensiero con la musicalità poetica di uno stile personalissimo. Uno stile che non prescinde dalle memorabili traduzioni di scrittori quali Hugo von Hoffmansthal, William Carlos Williams, Marcel Proust e non ultima Simone Weil.

Nell’aperto delle sue pagine si ritrovano saperi smarriti, ricostruzioni di tradizioni perdutesi nelle inesorabili cadenze temporali. Una sorta di danza che intreccia memorie e sincronie tese all’affrancamento dalla contingenza e sempre prossime all’incanto e all’estasi.

I suoi scritti sono costruzioni perfette, partiture giocate tra contrasti quasi ossessivi e armoniose simmetrie. E davvero sembra evocare Blake quando l’inquieta dissolvenza dei toni si annoda ad una sorta di sapienza slegata da ogni aspetto temporale.

E come non sottolineare il legame tra fiaba e sacro che è al centro delle pagine più belle della scrittrice, raccolte da Adelphi nel volume Gli Imperdonabili.

Mi piace concludere questo breve pensiero ricordando ancora una volta le sue ineguagliabili traduzioni degli scritti di Simone Weil della quale, al contempo, testimonia il pensiero politico e l’ascendenza mistica, anche se differente è il fine ultimo della ricerca nelle due autrici.

È’ sempre presente e urgente in Cristina Campo il tentativo di recuperare il senso del sacro e la potenza ieratica della Liturgia tanto da scrivere:«la liturgia è l’archetipo supremo del destino e non solo del destino dei destini, quello di Cristo, ma del destino, semplicemente». È, per così dire, la suprema fiaba, quella a cui non si può resistere.

3 commenti su questo articolo:

  1. giuseppe ha detto:

    interessante articolo, da cui emerge una profonda conoscenza della letteratura italiana.

    • Francisco ha detto:

      Vivimos inmersos en un mundo capitalista donde se van perdiendo los valores humanos y espirituales.

  2. Anna ha detto:

    Molto importante che abbiate ricordato Cristina Campo nel silenzio generale. L’articolo è molto bello.

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