una giornata particolare

6 ottobre 2016 di: Grace Aleng

Grace Aleng lavora come Community Service Associate per l’UNHCR in Sud Sudan. Si occupa dei rifugiati di quest’area dal 2011, quando l’UNHCR non aveva nemmeno un ufficio e si lavorava sotto gli alberi o teloni di plastica.
 Oggi gli uffici sono 11 e 367 sono gli operatori che, nel paese, forniscono protezione e supporto a circa 272.000 rifugiati. Grace, lei stessa rifugiata in passato, è molto orgogliosa del suo lavoro.
 Questo il racconto di una sua giornata. Ve ne facciamo una trascrizione fedele per farvi toccare con mano la vita diversa di una donna di una terra lontana, ma libera nei pensieri ed estremamente operosa, senza vanti personali.

Ore 9:00 – L’aria è pesante e il termometro fuori segna 31 gradi. Sono in ufficio da circa un’ora e adesso devo andare al campo rifugiati di Doro, dove trascorro gran parte della mia giornata. Lavoro come Community Service Associate per l’UNHCR, quindi devo stare nel campo più tempo possibile per fornire informazioni ai rifugiati e trovare soluzioni ai problemi che si presentano.

Ore 9:30 – Arriviamo al campo di Doro. Qui vivono oltre 51.000 persone, tutte fuggite dal conflitto nel vicino Sudan. Questo è uno dei quattro campi che garantiscono alloggio a più di 134.000 rifugiati a Maban, la provincia in cui lavoro.

Ogni mattina, accolgo rifugiati nel mio “ufficio” – un container condiviso con altre persone, all’entrata del campo – e cerco diaiutarli come posso. Mi occupo dei bambini, delle vittime di violenza di genere o sessuale, di gruppi vulnerabili quali rifugiati anziani, vedove, madri sole o persone con disabilità. Molto è cambiato da quando, nel 2011, è iniziato il flusso di rifugiati dal Sudan. All’inizio dell’operazione non è stato semplice: l’UNHCR non aveva un ufficio fisso, si lavorava all’aperto, sotto gli alberi o teloni di plastica. Eravamo in 36, dormivamo nelle tende. C’era un solo bagno per uomini e donne. Tutte le mattine, alle 6.00, andavamo al confine per accogliere i rifugiati e rientravamo verso le 8 o le 9 di sera.
 Erano circa 1000 le persone che, ogni giorno, fuggivano attraverso la frontiera, arrivavano malnutrite e assetate. Oggi, arrivano circa 100 – 200 rifugiati al mese. Sono orgogliosa di lavorare per i rifugiati perché anche io lo sono stata.

L’UNHCR mi ha aiutato e ora sono felice di lavorare per persone che hanno sofferto come me.
 Nel 1994, avevo 7 anni, ho lasciato il Sud Sudan per andare in Uganda con mia madre, mio padre e mio fratello maggiore. Ci siamo rimasti fino al 2008, quando siamo stati rimpatriati. L’UNHCR ha sostenuto la mia istruzione e senza il suo aiuto non sarei la persona che sono oggi.

Ore 12:00 – Prendo la mia penna e il mio quaderno e vado negli alloggi dei rifugiati più vulnerabili, quelli che non possonocamminare o venire nel mio ufficio. Questo è importante affinché ognuno possa avere l’aiuto a cui ha diritto. Mi accerto che abbiano un alloggio, vestiti, coperte e altri beni vitali. Li metto in contatto con servizi di supporto medico e psicologico, come nel caso di chi ha subito violenza sessuale o di genere. Bisogna spiegare ogni singola cosa perché per molti è la prima esperienza in un campo. I rifugiati sudanesi che sono qui, sono già stati emarginati nel loro paese. Non hanno nulla. Hanno frequentato poco o per niente la scuola. Gli dico che hanno gli stessi diritti, soprattutto alle giovani donne. Una nazione non può progredire senza il contributo delle donne.  Senza donne, si resta immobili. Ai loro occhi siamo una seconda possibilità e per questo dobbiamo dimostrargli che facciamo del nostro meglio.

Ore 14:00 – Due volte al mese partecipo agli incontri dei giovani del campo, per parlare delle loro difficoltà e capire come lavorare insieme. Questo rientra nel lavoro di protezione dell’UNHCR: organizziamo strutture all’interno delle comunità quali i gruppi di donne, di giovani, come i network per la protezione dei bambini e gruppi di leader delle comunità. Questo lavoro con i rifugiati ti consente di vedere quanto siano autonomi. Si impara tanto da questo confronto e ciò mi gratifica particolarmente, ogni giorno apprendo cose nuove.

Un’altra sfida in quest’area è dare la possibilità ai rifugiati di essere autosufficienti, per cui stiamo distribuendo semi affinché possano coltivare grano e verdure. Nel campo di Doro, i rifugiati usano quel poco di terra libera intorno ai loro ripari per coltivarla.

Ore 16:00 – Torno in ufficio e raccolgo le mie cose. È arrivato il momento di lasciare il campo, per oggi. Però il mio telefono è sempre acceso. Qualche volta di notte, quando i rifugiati hanno dei problemi mi chiamano.

Lavorare per i rifugiati è dare noi stessi per loro.

2 commenti su questo articolo:

  1. Maria Teresa Asolo ha detto:

    quando penso a tutti i servizi sulla vita inutile di tante donne penso che sarebbe bene, alla televisione per esempio, almeno una volta a settimana parlare della vita Grace Alenghe!

  2. Ornella Papitto ha detto:

    Una testimonianza di generosità e gratitudine difficile da raccogliere in questo occidente obeso e preoccupato di non perdere il surplus.

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