integrare, ovvero …

30 agosto 2016 di: Ornella Papitto

«Integrare: aggiungere ciò che manca» (Palazzi, 1939)

È la strada maestra per ogni agire umano. Sempre.

«Ogni uomo porta in sé l’intera forma della condizione umana» (M. Montaigne).

Montaigne ci avvisa da quattrocento anni. E noi volgiamo lo sguardo altrove, complici.

C’è poca differenza tra un uomo che emigra per la sopravvivenza fisica e la semplice sopravvivenza. Chi non fa distinzioni è un ipocrita. La differenza è la distanza dalla morte. Ed è la differenza che corre tra “urgenza” (questione di vita o di morte) ed “emergenza” (difficoltà imprevista e di grave pericolo).

Nei migranti africani sono presenti entrambe.

Ma realmente siamo di fronte a una “emergenza”? Con tutti gli scienziati sociali e politologi di cui è fornito il globo, ancora la situazione è da considerare “imprevista”? Ipocrisia.

Montaigne lo sapeva bene che l’essere umano “porta in sé” l’essere migrante, lo stesso che si trasforma in emigrato e poi in immigrato in paesi spesso ostili, avvolti dall’adipe dello spreco, che fa credere che la povertà sia la stessa dei paesi distrutti e affamati dalle guerre. Sappiamo perfettamente che il più povero nostrano è il più ricco di tanti poveri abbandonati anche dalla pietà umana. Ipocrisia.

Adesso gli Stati sono impreparati ad affrontare un’emergenza vecchia come la presenza dell’essere umano nel mondo.

Sicuramente sono impreparati a distinguere tra “accogliere”, “ospitare”, “trattenere” o “imprigionare” giovani che aspirano alla libertà occidentale e ad una vita dignitosa e sicura. E come risponde l’Occidente, patria indegna della Filosofia? Con la prigione nei luoghi deputati ad essere transito, come Theresienstadt.

Se trattiamo disumanamente le persone, dobbiamo attenderci che le stesse rispondano disumanamente.

Non abbiamo alibi. Li imprigioniamo. Li immobilizziamo in una inattività omicida. Li costringiamo in un “limbo” per anni. Anche la Chiesa ha tolto di mezzo il “Limbo”. I laici, ancora no.

I migranti non vogliono essere trattenuti, imprigionati, ma desiderano arrivare altrove: nei paesi del Nord Europa, dove sanno che potranno beneficiare di garanzie che l’Italia non assicura neanche ai propri giovani emigranti.

E questa è una balordaggine italiana. Così quando i semplici odiano i migranti perché credono che venga a loro tolta qualche briciola, ecco in quel momento i semplici stanno chiedendo di essere equi a quei politici affannati solo a mantenersi in vita.

Allora quali sono i verbi laici?

Accogliere il migrante, sostenerlo nel momento dell’emergenza (che non può durare fino a quattro anni circa) e favorire il percorso che si era prefissato prima della partenza.

Therese May, “nipote” di feroci colonialisti, non può pensare di continuare ad agire con la stessa ferocia. Lo comprende che “chiudere” è illusorio, “respingere” è disumano e che la strada maestra è “aprire” alle energie dei popoli che bussano alle frontiere dell’Europa?

L’Europa è piena di carceri e sa difendersi e chi merita di essere imprigionato, lo sia, perché di fronte ad un crimine non fa differenza che sia un indigeno, un migrante o un immigrato.

Ciò che unisce il pensiero laico con il pensiero confessionale è il verbo.

Il loro con la “V” maiuscola, ma c’è pochissima differenza.

O no?

3 commenti su questo articolo:

  1. Serena ha detto:

    Magnifico articolo, concetti preziosi per chi ancora in dubio si chiede quale sono le matrici dell’accoglienza, se è giusto o sbagliato essere umanamente disponibile.Brava Papitto

  2. Gemma ha detto:

    Nei momenti di emergenza l’Italia dimostra umanità e spirito di collaborazione e condivisione. L’emergenza sisma vede attualmente coinvolti volontari, persone caritatevoli e coscienziose. Sostenere, aiutare, sono i verbi coniugati dai soccorritori. La fase dell’emergenza viene presentata da mass media, programmi televisivi, internet, social, collette, punti raccolta…. Quella dei migranti è una notizia fra le altre, non viene vissuta allo stesso modo, passa quasi inosservata, a volte risulta fastidiosa e ripetitiva, lo sguardo dello spettatore ipocrita non si concentra sulle immagini di altri esseri umani alla ricerca di garanzie. Si tratta di emergenze diverse? Un’emergenza è comunque una grave situazione di pericolo e richiede un pronto intervento.

    • Marta ha detto:

      aiutare le popolazioni terremotate è come aiutare noi stessi perchè ci appartengono
      non sentiamo, allo stesso modo, l’esigenza di aiutare chi non ci appartiene
      alla base c’è questa situazione psicologica…trovare un equilibrio
      richiede un grande lavoro su se stessi

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