di queste case

27 agosto 2016 di: Clara Margani

L’immagine del paese di Amatrice devastato dal terremoto e il titolo a lettere cubitali “Come una guerra” sulla prima pagina del quotidiano, per deformazione, ormai non più professionalmente attiva, mi hanno immediatamente fatto tornare alla mente le parole di un grande poeta, che ha descritto i disastri di una guerra in cui era coinvolto in prima persona.

Io invece ero nella sicura posizione di chi assiste ben protetta e sicura alla documentazione delle conseguenze del verificarsi di terribili avvenimenti ‘grazie’ a quelli che vengono definiti mezzi di comunicazione di massa, sempre più rapidi e impassibili di fronte al ‘dovere’ di documentare, informare, suscitare emozioni a tutti i costi, in particolare attraverso l’uso sul posto di interviste a caldo a persone la cui vita è stata stravolta dall’evento ma che non disdegnano talvolta di parlare e mostrare il proprio dolore a beneficio di chi è curioso o interessato a conoscerlo. Avevo già infatti, poche ore dopo la terribile scossa che pure a numerosi chilometri di distanza aveva fatto ondulare il mio letto e i mobili della stanza, potuto inoltrarmi attraverso il mezzo televisivo con un giornalista, arrivato per il sacro dovere di cronaca velocissimo sul posto, in quelle che erano state strade e incontrare quelli che erano stati gli abitanti di quei ruderi che si vedevano alle loro spalle.

I giornali però non erano riusciti ad uscire in tempo sulla tragedia, che si era verificata a metà della notte, e i loro articoli trattavano di argomenti usuali, anch’essi tragici, ma non freschi di giornata. Il giorno dopo però si erano rifatti ampiamente e io avevo acquistato in differita il mio diritto ad essere informata e commossa attraverso la carta stampata.

Il giovanissimo soldato Giuseppe Ungaretti, che attraverso la poesia dominava la sua paura e l’ansia derivante dal suo stato, mi era venuto immediatamente alla mente. Eccolo che arriva anche lui in un paese, San Martino del Carso, inviato non a documentare ma a combattere e il paese non c’era più. Non c’erano più i suoi abitanti, non poteva parlare con loro né aiutarli e aveva deciso al momento o più tardi di comunicare quello che aveva provato attraverso parole semplici e per questo cariche di un significato non legato al momento e valido per tutte le situazioni tragicamente simili. Quelle parole mi sono risuonate dentro, imparate a memoria quando ero studentessa e fatte imparare quando ero insegnante e mai più dimenticate.

Di queste case

Non è rimasto

Che qualche

Brandello di muro

Di tanti

Che mi corrispondevano

Non è rimasto

Neppure tanto

Ma nel cuore

Nessuna croce manca

E’ il mio cuore

Il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti

8 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Ero appena rientrata da un paese di villeggiatura dell’Abruzzo immerso nelle bellezze naturali del parco del Sirente – Velino in cui erano ancora ben chiari e visibili i danni causati dal terremoto del 2009 nelle vecchie case puntellate e messe in sicurezza. Avevo ancora negli occhi le decine e decine di gru che svettavano sopra l’Aquila ridefinire il suo skyline, avevo appena passeggiato per le vie del centro storico parlando quasi a bassa voce per un senso di rispetto nei confronti di ciò che lì era accaduto, vergognandomi quasi di qualche foto rubata a testimonianza, a disagio nel sentirmi mio malgrado far parte di tanti che ne hanno fatto una nuova forma di turismo: quello del day after del dopo tragedia del dopo terremoto…quando nel cuore della notte sono stata svegliata da quelle stesse scosse avvertite 7 anni fa. Lunghi secondi interminabili in cui si decidono la vita e la morte di tante persone in un posto che non sai ancora quale sia. E, come allora, abbiamo acceso subito la radio o la televisione in attesa delle prime notizie battute dalle agenzie stampa con quel senso di profonda impotenza nel pensare: Ci risiamo, ancora una volta la storia si ripete: ancora macerie, ancora lutti, ancora tutta la lunga sequela che ogni terremoto porta inevitabilmente con sé.

  2. Elena ha detto:

    Anch’io come Clara Margani di fronte alle immagini della distruzione dei paesi colpiti dal terremoto ho ricordato i versi di Ungaretti. Anch’io forse per deformazione professionale. Mi sembra che esprimano un dolore profondo e dignitoso e una partecipazione priva di morbosità.

  3. Gemma ha detto:

    Bello l’accostamento di Clara. La nostra mente fa, inevitabilmente delle associazioni, forse per aiutarci ad affrontare situazioni imponderabili che possono riguardare ciascuno di noi. L’Italia colpita al cuore mi ha fatto tornare alla mente una canzone di Francesco De Gregori:
    Viva l’Italia
    L’Italia liberata
    L’Italia del valzer
    L’Italia del caffè
    L’Italia derubata e colpita al cuore
    Viva l’Italia
    L’Italia che non muore.
    Viva l’Italia presa a tradimento
    L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
    L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura
    Viva l’Italia
    L’Italia che non ha paura.

  4. simonetta ha detto:

    Sia la poesia di Ungaretti che la canzone di De Gregori sono proprio adatte a commentare la situazione attuale dell’Italia. I disastri naturali e quelli ‘artificiali’ causati sempre dall’incuria e dall’interesse personale di chi dovrebbe invece proteggere e sostenere il territorio e i suoi abitanti.

  5. Emma ha detto:

    Non dobbiamo solo commuoverci, le lacrime sono liberatorie e portano via con sé il dolore. Dobbiamo anche indignarci e protestare per la situazione di abbandono e di incuria in cui si trova il territorio italiano. Che succederà in Liguria quando le piogge torrenziali come tutti gli anni la flagelleranno?

  6. Silvana F ha detto:

    Clara, ogni tuo articolo mi piace molto, questo, con l’accostamento ad Ungaretti, i mi è sembrato fra i più veri e toccanti.

  7. Gabriele ha detto:

    Nelle prossime settimane si ritorna a scuola. Riprende la routine quotidiana fatta di sveglia, colazione, libri, quaderni, diario, zaino, compiti, lezioni, docenti vecchi e nuovi, compagni, urla, campanella di entrata, intervallo, uscita, genitori che si organizzano, attività pomeridiane per tenere i figli sotto controllo mentre si sta al lavoro…Con quanta morte nel cuore abbiamo appreso la notizia di giovani vite spezzate dal terremoto. Madri e padri straziati che non accompagneranno più a scuola i propri figli e non andranno a riprenderli e non dovranno preoccuparsi dei libri di testo da comprare e tutto l’occorrente per affrontare l’intero anno scolastico e di quali attività extrascolastiche scegliere per tenerli occupati. Una scuola è crollata ad Amatrice. Era stata ristrutturata, dicono. Per i tecnici era a posto. Ora si indaga sulla ditta che ha svolto i lavori, sul cemento usato, Nei muri c’era il polistirolo.Quattordici anni fa crollò una scuola a San Giuliano di Puglia. Morirono ventisette bambini e una maestra. Continuiamo a non imparare dagli errori.

  8. Daria ha detto:

    Un articolo molto toccante . Trovo anche io adatte sia la canone di De Gregori che la poesia bellissima di Ungaretti. Tanta rabbia e tanta tristezza.

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