il burnout degli insegnanti, esiste ma non per noi

17 aprile 2016 di: Magdalena Marini

Il burnout, o stress lavorativo, insorge in una situazione di stress, quando si percepisce uno squilibrio tra risorse e richieste esterne (esigenze di lavoro) o interne (mete personali o bisogni e valori morali, motivi oggettivi, economici, psicologici ecc…), con conseguente disagio fisico, mentale, sociale.

Un largo studio condotto dal Britain’s Office for National Statistics dimostra che lo stress sul posto di lavoro accorcia la vita delle donne. Esistono mestieri molto logoranti, in particolare quello del medico, dell’infermiere, dello psicologo e dell’insegnante che, a causa del continuo contatto tra lavoratore e utente, vengono anche definiti “helping professions”.

Una delle più importanti richieste cui devono far fronte insegnanti, medici, psicologi, infermieri è la richiesta di competenza. La guarigione dei pazienti, il benessere dei clienti, l’apprendimento degli allievi, richiedono grande professionalità e, pertanto, medici, psicologi, insegnanti e tutti coloro che sono impegnati in una “helping profession” portano quasi sempre dentro di sé un forte desiderio di affermazione personale in senso professionale e relazionale. Il medico vuole sicuramente curare e guarire i propri pazienti, lo psicologo essere di aiuto al lavoratore e allo studente in età adolescenziale, il docente vuole educare i propri allievi, e così via. Ogni fattore che porti ad una frustrazione nei confronti di queste aspettative, contribuirà in maniera lenta ma continua allo stress.

Il medico Vittorio Lodolo D’Oria, in diverse occasioni ha messo a fuoco la vulnerabilità psichiatrica dei docenti in servizio, rispetto a tutti gli altri impiegati pubblici. “Yob stressor”, ossia fattore ritenuto stressante per il proprio lavoro, può essere, nel caso dell’insegnante, la gestione della classe, il dover prendere delle decisioni, l’ambiguità del ruolo, il sovraccarico lavorativo, la stima da parte dei colleghi, i vincoli temporali da rispettare, i continui cambiamenti, sia a livello ministeriale (comunicazioni, norme, registro e pagella elettronici, lim, aggiornamenti, gestione di alunni DSA, BES ecc…) sia a livello sociale. La figura dell’insegnante è passata dall’essere rispettata all’essere calpestata da alunni demotivati e insolenti, protetti da buona parte di genitori che non percepiscono più la scuola come ente educativo di riferimento.

La categoria degli insegnanti è quella che di più conduce verso patologie psichiatriche e inabilità al lavoro. Ma cosa si fa in Italia per loro? Possiamo solo dire cosa “non” si fa. Non si fa prevenzione, non si approfondisce il problema, non si informa, non esiste sostegno, non esistono figure che gestiscano il cambiamento. La scuola, che vive a strettissimo contatto con la società esterna, non riesce a stare al passo con i tempi. Secondo Vittorio Lodolo D’Oria, «i dati sull’aumento di patologie psicologiche o psichiatriche preoccupano, soprattutto tra le donne in menopausa: ma invece di tutelarle, avendo portato con la riforma Fornero i requisiti per andare in pensione oltre la media europea, le abbiamo mandate in pensione dieci anni dopo. Mentre in altri paesi c’è coscienza del problema, da noi il Miur continua a non far nulla. I sindacati idem. Mentre in nazioni come la Svizzera si prendono provvedimenti con norme che possono in qualche modo prevenire il burnout, in Italia, nelle linee guida della Buona Scuola, non si trova nessuna misura che vada a contrastare lo stress lavorativo nella vita degli insegnanti».

La prevista gestione aziendale della Buona Scuola dovrebbe ragionare in un’ottica di equipe, avvalersi del contributo di diverse professionalità, di esperti quali psicologi del lavoro e dell’età adolescenziale, assistenti sociali, in grado di gestire problematiche sempre più avanzate, al fine di evitare che proprio chi, nello svolgimento del lavoro conquistato con tenacia, impegno e grande dispendio di energia fisica e psichica, avrebbe il compito istituzionale di fornire empaticamente supporto e sostegno agli altri, si ritrovi a “bruciare” per stress lavorativo.

10 commenti su questo articolo:

  1. pietro ha detto:

    La scuola sta attraversando un momento difficile. Gli istituti comprensivi che raccolgono scuole di diverso grado, sviluppano progetti di ogni tipo, accolgono iniziative più o meno informative e alternative alla didattica tradizionale, rischiano di diventare luoghi dove si disperdono energie. Il ruolo educativo e formativo dei docenti vero e proprio viene a mancare di fronte alle richieste continue esterne ed interne. Gli alunni sono sempre più indisponenti e poco rispettosi degli adulti di riferimento. Si dovrebbero selezionare le iniziative e organizzare le attività in modo meno stressante per tutti, non solo per i poveri insegnanti.

  2. silvia ha detto:

    Articolo interessante, si parla ancora troppo poco dei gravi rischi e conseguenze da burnout lavorativo

  3. Nuccia ha detto:

    La donna è sempre stata considerata meno degli uomini. Oggi a scuola i ragazzi sono sempre più indisponenti e ribelli, maggiormente nei confronti delle insegnanti. Ci ritroviamo quindi bersagliate da tutti i lati: la società che pretende una scuola “non scuola”, le famiglie che difendono i figli indisponenti e viziati, i ministri che ci mandano in pensione sempre più tardi. Conclusione noi donne non abbiamo nessuno a cui rivolgerci per chiedere aiuto perchè la parità tanto reclamata in pratica non esiste.

  4. Susanna Prio ha detto:

    Qualche anno fa nel corso di una riunione a scuola una collega ebbe un lapsus freudiano e invece di dire corpo insegnante disse corpo dell’insegnante. Lei si scusò con i colleghi ma quasi tutti le dissero che aveva centrato l’argomento in maniera involontaria ma proprio per questo molto incisiva. Si parlava infatti dei problemi psicologici e fisicii collegati all’esercizio della funzione docente, dello stress, delle malattie professionali, del logorio fisico e psichico determinato dal lavorare in un ambito così “rischioso” come quello scolastico, sottoposti a normative che inibiscono la spontaneità e implicano un controllo continuo della situazione. Spesso gli insegnanti possono essere accusati di “culpa in vigilando”, il che significa che se si verifica qualche situazione problematica all’interno della classe, pur essendo essi presenti e vigli, possono essere considerati responsabili anche penalmente di danni a persone e cose. Ringrazio l’autrice dell’articolo di aver trattato questo aspetto poco conosciuto e forse negato di questo lavoro, che mi ha fatto pensare ad una trasmissione televisiva di tanti anni fa che si intitolava:”Il pericolo è il mio mestiere”.

  5. giovanna ha detto:

    Quando ho scelto di fare questo mestiere ci credevo molto. Immaginavo che avrei trasmesso ai miei alunni tutta la mia esperienza, sentivo di avere tanta energia da utilizzare per le giovani generazioni da “educare” e “istruire”. Col tempo è subentrata la disillusione, il senso di inadeguatezza, la consapevolezza di aver immaginato una realtà irreale. Chi non vive la scuola quotidianamente giudica superficialmente: solo 18 ore, tutti i pomeriggi a casa, tre mesi di vacanze e tanti altri luoghi comuni…ma non è proprio così. Essere un professionista serio comporta molto altro. Lo stress è inevitabile a causa di tutti i carichi, gli incarichi e le responsabilità che comporta un lavoro poco apprezzato e valorizzato dagli utenti.

  6. Grazia ha detto:

    Parlo del burnout degli insegnanti da circa vent’anni. Il problema era prevedibile ma forse c’è stata, anche da parte degli insegnanti, una sottovalutazione del problema, avendo sviluppato un “super ego” che li porta a pensare di poter realmente affrontare tutti i carichi di lavoro cui sono sottoposti. Il cambiamento dell’utenza non era stato previsto e, pertanto, ci troviamo ai colloqui i fidanzati e le fidanzate dei genitori separati impreparati a svolgere la funzione genitoriale prevista a suo tempo dai “decreti delegati”. Si pretende un equilibrio maggiore da parte degli insegnanti, visti, in molti casi, come ancore di salvezza in situazioni problematiche che tante famiglie non riescono più a gestire.

  7. Vittoria De Angelis ha detto:

    decisamente non è facile gestire i carichi di lavoro e non considerare gli stress cui l’educatore è, soprattutto negli ultimi tempi, sottoposto.. un’adeguata tutela normativa non mi pare sia stata improntata…speriamo avvenga nel più breve tempo possibile, ovviamente!
    nel frattempo dovremmo affidarci al “buonsenso” e alla collaborazione e condivisione tra colleghi e alle numerose componenti che, a vario titolo,operano nella scuola.
    come suol dirsi, “la speranza è l’ultima a morire”: siamo ottimisti, dunque! Sursum corda, cari colleghi! 🙂

  8. Gemma ha detto:

    Grazie per l’incoraggiamento cara Vittoria e cari tutti gli insegnanti che ogni giorno si profondono le loro capacità e risorse a favore del miglior funzionamento dela scuola,,, nonostante tutto

    • Gemma bis ha detto:

      ops…era si spendono, ovviamente spendersi equivale a profondere capacità e risorse e questo ha generato l’intreccio grammaticale!!! buon lavoro a tutti noi 🙂

  9. Gabriele ha detto:

    È inammissibile il solo pensiero di “bruciare” per stress lavorativo.
    Perchè no, il lavoro potrebbe essere considerato anche luogo di ristoro e pace e dobbiamo fare in modo che niente e nessuno ce lo faccia odiare!

    “Amare il proprio lavoro è la cosa che si avvicina più concretamente alla felicità sulla terra.” [Rita Levi-Montalcini]

Commenta questo articolo:







*
AdvertisementAdvertisementAdvertisementAdvertisement