Marta e il passerotto

13 febbraio 2016 di: Silvia Romanese

C’è un aspetto della sofferenza dell’animo umano, soprattutto femminile per quanto anche gli uomini non ne sono esenti, di cui si parla ancora con un certo imbarazzo ed il più delle volte purtroppo in modo inappropriato: è la Depressione.

Si tratta di un vissuto particolarmente doloroso che è difficile rendere a parole se non per similitudini che ne possano dare una vaga idea: già nel 1964 Giuseppe Berto la definì “il male oscuro” e più recentemente Roberto Gervaso “il cane nero”.

Per molto tempo si è preferito tacere su questo argomento, forse se ne sussurrava a mezza bocca come un qualcosa da non far sapere troppo in giro, da tenere piuttosto nascosto tra le mura domestiche in una specie di omertà della società civile che esclude da sé chi sembrava non essere più adatto alla vita. Nel 1993 uscì il libro di Giovanni Cassano, psichiatra di Pisa, che nel titolo “E liberaci dal male oscuro” coniugò la definizione coniata da Berto con l’ultima frase del Padre Nostro. Sembrava finalmente arrivato il momento in cui sarebbe stato possibile parlare chiaramente ed apertamente dei disturbi psichiatrici senza reticenze né tabù, in base ai progressi scientifici, alle conoscenze cliniche ed alle nuove opportunità farmacologiche.

Si può guarire dalla depressione? Se ne può uscire? Quando e per quali strade?

Questo articolo non pretende di dare risposte definitive a tali domande, resta l’esperienza umana di ogni singola persona che in modo lieve o più o meno grave ne abbia sofferto. Sono testimonianze preziose e coraggiose che invitano a non arrendersi: non si conoscono i tempi e quanto può essere lungo o difficile il cammino, ma molti che ci sono passati sanno che arriva un momento, una circostanza forse di per sé banale che però in modo inspiegabile costituisce il punto di svolta.

E’ ciò che ad esempio successe un giorno a Marta: da tempo ormai si sentiva come sopraffatta da un peso che non poteva più sostenere e i suoi pensieri vagavano perdendosi in zone oscure della mente. Quella mattina forse era andata in cucina solo per prendere un bicchiere d’acqua quando si accorse che dalla finestra aperta era entrato un passerotto che impaurito svolazzava qua e là. Quell’improvviso fremito d’ali riuscì a scuoterla dal suo torpore ed un’idea le fu subito chiara: doveva salvare quell’uccellino, doveva evitare che ferendosi potesse morire.

Marta sapeva che i suoi movimenti si erano fatti lenti ed intorpiditi, i suoi goffi tentativi andavano a vuoto mentre a fatica saliva su una sedia o cercava di allungare una mano verso il passerotto.

Forse, lei che da tempo si sentiva in gabbia e non riusciva a trovare una strada che le restituisse la libertà, si rispecchiava in quell’uccellino spaventato, caduto per errore in un ambiente a lui estraneo.

Il caso volle che il passerotto rimanesse poi impigliato con le zampine in un cestino per la frutta. Da lì Marta riuscì ad afferrarlo con una delicatezza che non immaginava più di avere, forse con lo stesso stupore con cui aveva preso in braccio i suoi figli per la prima volta. In quel medesimo istante un’altra cosa le fu improvvisamente chiara: lei che da tempo non aveva avuto più alcun riguardo per se stessa, ora si preoccupava per il destino di quell’esserino palpitante tra le sue mani, per lei che non sapeva più quale valore dare alla propria vita era indispensabile offrire una possibilità di salvezza a quel passerotto.

Si avvicinò alla finestra e con un piccolo slancio verso l’alto aprì le mani: con sollievo lo vide volare via libero e senza esitazioni. Marta era esausta, in quell’avventura aveva esaurito le sue poche forze, ma ora sentiva chiaramente che presto o tardi anche lei sarebbe riuscita a dispiegare nuovamente la sue ali rattrappite alla vita.

8 commenti su questo articolo:

  1. gemma ha detto:

    Quando mi sono accorta che la mia amica del cuore non era più la stessa ho capito che la sua era, per me, una malattia sconosciuta e che non c’erano medicine immediate per curarla. Quando ho saputo che di lei si prendevano cura gli psichiatri mi sono sentita impotente. Il suo sguardo assente, il suo rifiuto del mondo, la trasformazione fisica e psichica mi hanno spaventato. Non potevo rinunciare a lei … dovevo solo aspettare. Prima o poi sarebbe uscita dal suo torpore: si era affidata alle persone giuste e aveva una famiglia che viveva con apprensione ma con speranza di miglioramento quei momenti.
    Un giorno ho ritrovato il suo sguardo, quello vispo di sempre e poi il suo sorriso, quello dolce di sempre e la sua voglia di raccontare e raccontarsi e di condividere e di vivere. Era tornata.

  2. Clara ha detto:

    Ho conosciuto tante Marta, ma purtroppo alcune non hanno avuto la fortuna di salvare un passerotto e così salvare se stesse. A una che ha ricominciato a volare insieme ad un passerotto sono particolarmente affezionata, è una mia carissima amica e frequentarla è una vera gioia per me. Vive dignitosamente e con una certa autoironia il suo disagio, mi insegna ad essere forte e a non lasciarsi andare. Voglio dire grazie a Silvia per aver affrontato in maniera così precisa e delicata questo argomento.

    • silvia ha detto:

      Ringrazio sia Gemma che Clara che hanno saputo cogliere con molta sensibilità il messaggio di speranza rivolto alle tante Marta che oggi stanno soffrendo ed aspettando una nuova alba. Marta è quella parte fragile che si nasconde in ognuna di noi, capace di portarci via all’improvviso quando meno ce lo aspettiamo ed anche quando ci illudiamo di avere la nostra vita in pugno. Ma sappiamo altrettanto bene che fragilità non si coniuga tanto con debolezza quanto con coraggio: il coraggio di non arrendersi e di continuare a lottare, perché è proprio quest’ultimo che ci contraddistingue!

  3. anna ha detto:

    Non ne faccio un mistero: soffro da anni di depressione. Ora affidandomi alla persona giusta ne sto uscendo anche se non è facile far ritornare la Anna di prima. Ho attraversato giorni bui con la depressione che dominava ogni mio pensiero e atto riducendoli a niente perchè la volontà scompare e la abulia più completa si impadroniva di me. Giorni passati a letto senza la volontà e la forza di alzarmi senza mangiare o pensare alla propria persona. Il nulla assoluto nei pensieri e la volontà a zero. Mi piaceva molto scrivere e mi dava soddisfazione ciò che scrivevo ma con la depressione tutto è finito. Il depresso non è creativo semplicemente perchè non possiede più la propria volontà di fare. Chi ci sta vicino può aiutarci solo se capiscono ciò che passiamo. Ma è difficile che un non depresso capisca il meccanismo mentale che si inceppa. Non è cattiva volontà da parte di chi ci è vicino è proprio impossibilità di comprensione perchè i due mondi sono distanti anni luce.Io vivo sola e ho trovato amiche favolose che mi hanno aiutato in tutti i modi soprattutto ascoltando il mio disagio quando ero in grado di parlarne. Oggi ho ripreso a scrivere, a uscire sia per le faccende quotidiane come fare la spesa sia per ciò che mi è sempre piaciuto come andare a teatro o alle presentazioni di libri. Insomma sto ricominciando a vivere.

  4. Annamaria Zava. ha detto:

    il periodo più terribile per la depressione è stato il secolo scorso, si è dimostrato come dice Anna, che la prima cosa che crolla è la forza di volontà e su questo invece si faceva leva per curarti, ti dicevano “sforzati, distraiti i farmaci intossicano non li prendere, allora non sei forte”Ora per fortuna gruppi ben organizzati di terapeuti ti portano fuori dal tunnel e forse una volta guarita sei fortificata !

  5. Nuccia ha detto:

    Anch’io ho un’amica che non sta bene, che rifiuta però di farsi aiutare e dice di non avere nessun problema … ma non è più lei. I suoi occhi non sono più pieni di vita ma sono spenti. Sto cercando di farle capire che la vita è bella anche se in alcuni momenti è difficile riuscire ad alzarsi dopo essere caduti nel baratro. Spero che con il mio affetto riuscirò prima o dopo a convincerla ad affidarsi a persone esperte in grado di aiutarla.

  6. Grazia ha detto:

    Rispetto alla depressione ci vuole molto coraggio per parlarne. Chi ne soffre difficilmente cerca il confronto nè cerca risposte. Nell’articolo mi è piaciuto molto il “detto non detto” che viene però automaticamente percepito da chi è coinvolto nel problema. La metafora del passerotto mi ha ricordato un bellissmo libro di Paolo Coelho: “Veronika decide di morire” che ho letto in due fasi distine della mia vita. Il libro sa cogliere, come l’autrice dell’articolo, la delicatezza di un così ostico problema che, ciclicamente, riguarda purtroppo molte di noi.

  7. Ornella Papitto ha detto:

    La depressione non ha sesso. Molti uomini ne soffrono. Secondo me, la depressione fonda le radici nella delusione. Coltiviamo illusioni, aspettative che poi si trasformano in attese, disattese. E ce la prendiamo con noi stesse/i, credendo di essere noi la sola causa della nostra sofferenza. Non ci si ribella. Si smette di lottare rinunciando alla parte migliore di noi: Combattere ciò che ci disturba, ciò che ci procura dolore. Un “colpo di reni” per risollevarsi da una situazione che ci imprigiona. Cercare quella via di fuga che non riusciamo più ad intravvedere, fondamentale per riprendere a vivere con più passione di prima.

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