il difficile compito di Francesco

13 novembre 2015 di: Silvia Romanese

Si narra che un giorno Francesco entrò a pregare nella chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata. Là il Crocifisso gli parlò dicendo: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Quel piccolo luogo sacro altro non era che la metafora dello stato di abbandono spirituale in cui versava la Chiesa.

Si narra ancora che tempo dopo Francesco giunse a Roma assieme ai suoi confratelli per essere ricevuti dal papa. La loro attesa fu lunga, mentre le guardie pontificie tenevano a distanza quel misero gruppo di mendicanti laceri e sporchi che sembravano quasi un insulto per i preziosi ambienti pontifici, finché Innocenzo III ebbe in sogno la visione della Basilica del Laterano sul punto di crollare, se non fosse stato per un piccolo uomo che ne reggeva il peso con le proprie spalle.

In questi due racconti, tra realtà storica e agiografia, si possono trovare elementi sufficienti per giustificare la scelta di Bergoglio, primo tra i papi a scegliere il nome di Francesco. E qui il problema si fa serio perché più che essere chiamato a guidare la barca di Pietro, nel momento in cui si arrendeva persino Ratzinger, inflessibile difensore della Dottrina, Bergoglio sembra ben sapere di essere stato chiamato a puntellare una baracca fatiscente per salvare la Chiesa istituzione da un’irrimediabile rovina sotto il peso dei propri peccati, che uno ad uno vengono alla luce e si impongono impietosamente (per non dire vergognosamente) all’opinione pubblica.

Forse non possiede la possanza di Giovanni Paolo I, né il fine ragionamento teoretico di Benedetto XVI, è persino un po’ goffo nel portamento fino ad inciampare nell’orlo di quel vestito bianco che non riesce ad indossare con solenne eleganza, ma piuttosto come un semplice abito da lavoro… ma sa usare un linguaggio semplice e chiaro che è perfettamente aderente al Vangelo. Quella Buona Notizia attesa dall’umanità che ben conosce la complessità del vivere, una Parola che sa raggiungere l’uomo reale là dov’è prima di chiedergli una perfezione ideale.

E’ proprio in questo senso che papa Francesco desiderava si muovesse il sinodo sulla famiglia: non un semplice referendum su Comunione si o Comunione no ai divorziati risposati, ma capire cosa possa fare la Chiesa,, come e quanto possa essere accanto a tanti per fare assieme a loro un cammino di fede.

Non era però questo che intendeva lo zoccolo duro dei conservatori e degli ambienti più intransigenti vicini alla Curia: a loro non interessa l’idea di una Chiesa “ospedale da campo” che si prende cura. Il sinodo si prestava bene ad essere il perfetto pretesto per creare una spaccatura proprio sui temi delicati riguardanti la famiglia, in fondo per proteggere solo un vecchio status quo di privilegi ed appannaggi perché da sempre vale il motto “divide et impera”… c’è da sperare che papa Francesco abbia spalle sufficientemente robuste per tutto ciò e che se anche inciampa nel vestito non permetta ad altri di fargli lo sgambetto!

1 commento su questo articolo:

  1. gemma ha detto:

    Riparare una casa che, apparentemente, sembra solida, ricca, preziosa. Una forza incontrollabile può farla crollare se non si interviene sulle falle nascoste e/o sottovalutate per troppo tempo. Riparare le crepe per evitare infiltrazioni d’acqua….. Impossibile buttare giù tutto per ricostruire di nuovo. Improponibile distruggere un patrimonio immenso. Inaccettabile pensare che tutti i materiali di quella casa in rovina siano marci…..compito a dir poco difficile quello di Francesco!!! Da parte nostra tutta l’ammirazione e la solidarietà per un piccolo grande uomo animato da una incalcolabile forza spirituale.

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