l’attesa, film da vedere

12 ottobre 2015 di: Marina Gasperini

«L’attesa», opera prima di Pino Messina, assistente del regista Paolo Sorrentino, era, come dire, molto “attesa”. Qui a Ginevra ilfilm è stato proiettato nell’ambito del festival del cinema italiano. Sono andata a vederlo con l’idea che il titolo facesse riferimento ad un’attesa beckettiana, ma nei titoli di testa si legge che il soggetto è liberamente tratto dal dramma di Pirandello «La vita che ti diedi».  Ho dunque adeguato la mia “attesa” ad un tipo diverso di problematica. Fin dalla prima scena del film, l’influenza di Sorrentino appare evidente e lo sarà per tutto il film. In effetti, il gusto per la grande bellezza, che si esprime in splendide immagini della Sicilia, nonché in metafore estetiche di grande effetto, pecca a volte di autocompiacimento, di insistenza manieristica.

Ciò non diminuisce in nulla il piacere di vedere questo film sontuoso. Messina è indubbiamente autore di grande, forse anche troppo, talento. C’è solo da augurarsi che si liberi dall’eredità stilistica di Sorrentino. Il dibattito dopo la rappresentazione è stato molto interessante. Gli spettatori svizzeri sono rimasti affascinati dalla magnificenza delle immagini, ma, non potendo comprendere il comportamento della madre, una Juliette Binoche sconvolgente di bellezza e bravura, si sono dichairati a disagio difronte alla storia. In effetti, mi avrebbe stupito di più se avessero capito o addirittura condiviso la sua attitudine pirandelliana, perché so, sulla mia pelle, quanta distanza ci possa essere tra la razionalità calvinista e il pirandellismo mediterraneo.

Come spiegare che quando la realtà è troppo dura, ci s’inventi una propria verità e, di fronte all’inaccettabilità di una vita priva di senso, si scelga la follia, come unica via d’uscita? E’interessante rilevare che per interpretare il personaggio della “mater dolorosa”, Messina abbia scelto un’attrice francese, forse perché il dolore non ha una lingua di predilezione o forse perché la malìa della Sicilia avvolge chiunque, mostrando come esorcizzare l’infelicità e scongiurare la “realtà” con la “finzione”. Altro non dico, ma consiglio vivamente di andare a vedere questo film.

1 commento su questo articolo:

  1. Rita ha detto:

    Forse gli spettatori svizzeri avrebbero capito meglio il dramma umano se il racconto avesse avuto luogo negli
    Stati Uniti o in Germania. A volte le ambientazioni suggestive distraggono la mente dall’essenziale, che in questo caso
    é eterno, come ci dicono le leggende.
    Anche a me il film é piaciuto molto per la sua qualità estetica, anche se sono stufa di veder sullo schermo una Sicilia stereotipata dove si coprono gli specchi in segno di lutto.

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