una parrocchia, una famiglia di rifugiati

12 settembre 2015 di: Silvia Romanese

Se Roma, dopo gli scandali che hanno coinvolto la Capitale, aveva bisogno di un riscatto morale,l’occasione è arrivata stamattina all’Angelus di papa Francesco. Questo papa che non cessa di stupire e che pochi giorni fa si è recato in forma quasi anonima, se non fosse per quell’abito bianco fin troppo riconoscibile, a cambiare le lenti ad un paio di occhiali raccomandandosi che non fosse sostituita la montatura ancora buona, oggi si è espresso con poche parole semplici, chiare ed inequivocabili. Non soltanto e non più un generico invito alla solidarietà ed all’accoglienza perché non è più tempo di generici intenti di buona volontà, di bei discorsi che il più delle volte lasciano il tempo che trovano, ma un esplicito invito, anzi direi una precisa richiesta espressa con autorevolezza, affinché ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, convento o monastero, ogni Santuario d’Europa ospiti una famiglia di profughi richiedenti asilo, a partire già dai prossimi giorni dalle due parrocchie che si trovano all’interno della stessa Città del Vaticano (Sant’Anna dei palafrenieri e San Pietro in Vaticano).

Da una breve ricerca su Internet, le sole parrocchie di Roma sono circa 335 per un totale sul territorio nazionale di quasi 26.000 e quindi in tutta la comunità europea un numero ancora maggiore. Saranno gli stessi vescovi locali a dover vigilare affinché questa volontà del Santo Padre venga rispettata.

Già da qualche mese sotto il colonnato del Bernini erano state installate delle docce per assicurare a chi vive per strada un minimo di dignità perché per la sopravvivenza non basta un pezzo di pane, ma anche un pezzo di sapone, biancheria pulita e già che ci siamo anche un barbiere gratuito! Iniziative queste molto pragmatiche e concrete, ma che contengono una profonda verità e ci insegnano a guardare alle cose con occhi diversi e più realistici. Se ci sentiamo impotenti di fronte all’entità delle tragedie che ci circondano, questa è la via da seguire: piccoli atti concreti che moltiplicati per ognuno di noi, nessuno escluso, possono fare la differenza.

Un segno di speranza per chi arriva in cerca di salvezza, ma anche per noi e per le nostre coscienze intorbidite. Durante la Messa si recita una preghiera in cui si chiede il perdono per i peccati commessi in: pensieri, parole, opere ed omissioni. Se l’ordine non è casuale, e come immagino in ordine crescente di gravità, l’omissione sarebbe la cosa più grave…l’omissione di un dovere, l’omissione di soccorso che a volte si traduce in un esito fatale per la vittima, ed oggi l’omissione verso coloro che stanno scappando dall’inferno alla ricerca di un po’ di pace.

2 commenti su questo articolo:

  1. Lamberto ha detto:

    Per fare del bene bisogna avere il cuore buono, pensare alle necessità degli altri e fare qualche cosa per loro.
    Chi è generoso di sua natura non ha bisogno di un papa che gli ricordi cosa fare.
    Chi è egoista non se ne preoccupa, non si pone il problema.
    L’omissione di soccorso è il reato di chi, potendo, si astiene dall’aiutare chi è in pericolo di vita.
    Tutta la comunità europea può aiutare, come dice giustamente Silvia in questo illuminate articolo
    Forse il gesto che ha fatto papa Francesco, quello di cambiare le lenti dei suoi occhiali in un negozio del centro di Roma , dove sicuramente non poteva passare inosservato, è stato un sottile invito a tutti a vederci più chiaro, lui per primo, e a comportarsi di conseguenza

    • Gemma ha detto:

      Il bene al prossimo si deve fare con intelligenza e non da soli. La parrocchia Sant’Ippolito di Roma da mesi ha promosso una raccolta di generi alimentari in scatola, latte a lunga conservazione, biscotti, coperte, asciugamani,biancheria intima nuova, abiti e tutto il necessario per i rifugiati in transito alla stazione Tiburtina, con il coordinamento della Croce Rossa.Lla gente continua a rispondere con generosità e condivisione depositando ciò che può donare nelle ceste sotto l’altare.

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