docenti precari, spostarsi al nord?

23 agosto 2015 di: Magdalena Marini

Ci sono docenti singoli, gruppi di docenti e anche dirigenti scolastici che affermano che con la “Buona Scuola” nulla è cambiato nella “sostanza”, tutto si riduce alla “forma”. Ci sono altri docenti che ritengono invece che è in atto un reale processo di rinnovamento della scuola italiana. Intanto c’è da dire che si parla di “scuola” più diffusamente e non solo nei Consigli di classe e nei Collegi dei docenti, ma anche in convegni, dibattiti televisivi e multimediali e sui quotidiani. Si confrontano esperienze e si forma, in ciascun docente, una mentalità sempre più rigorosa, più qualificata, più obiettiva e professionale. Si fa strada nel personale della scuola, e non solo, l’idea che ci si stia muovendo verso un reale miglioramento culturale, politico, sociale delle istituzioni democratiche.

Ciascun docente, in questo momento, è chiamato a fare una reale autovalutazione su “che cosa” e su  “come insegnare”, sulla propria disponibilità a collaborare e dialogare, sulla sua capacità di lavorare collegialmente e in qualsiasi contesto socio-culturale. Sono state inoltrate più di settantamila domande online per le assunzioni nella scuola. Precari delle graduatorie ad esaurimento e idonei dei concorsi a cattedra hanno risposto in massa alla proposta di assunzione prevista dalla legge di riforma della scuola, approvata qualche settimana fa dalla Camera. La maggior parte delle domande è arrivata dalla Sicilia, seguita dalla Campania. Anche in tempi migliori il Nord ha offerto opportunità di insegnamento ai docenti precari provenienti dal Sud e dal Centro. Da sempre giovani laureati hanno svolto anni di servizio scolastico, spostandosi dalla propria residenza verso Bergamo, Sondrio, Lodi, Udine, Bolzano, Trento, Trieste, Padova, Torino, Genova, Vercelli e tante altre località del Nord per trovare lavoro. Hanno dovuto lasciare tutto il loro vissuto quotidiano e affrontare problemi di ricerca di abitazione, di organizzazione logistica, con lunghi viaggi per tornare a casa propria nei fine settimana, quando possibile, o solo durante le vacanze.

I docenti precari hanno adesso la possibilità di lavorare con contratto a tempo indeterminato in Italia nella scuola pubblica, ma una parte di essi lamenta di doversi spostare “chissà dove”, lontano dalla propria città o provincia o regione. Quanti precari lo hanno fatto prima di loro e quanti lo faranno ancora per tanto tempo! Sicuramente nel passato chi si spostava era giovane e adesso invece la figura del precario corrisponde nella maggior parte dei casi ad una persona tra i 40 e i 50 anni e questa non è una differenza da poco. Certo, ognuno ha la sua storia e le proprie esigenze familiari, ma l’Italia non è forse un unico grande Paese?

8 commenti su questo articolo:

  1. Vittoria ha detto:

    Sono decenni che la situazione”precaria” non muta nella sostanza…non si può garantire la “qualità”del servizio educativo”costringendo” a esodi migliaia di insegnanti over40-50 in altre regioni d’Italia,sradicandoli dalle loro radici.
    D’altra parte la soluzione immediata è di alquanto gargantuesca realizzazione…auguriamoci che il futuro ma soprattutto il nostro”Amore” per i ragazzi illuminino i nostri passi verso una realtà migliore e definitiva!

    • Margherita ha detto:

      Mi piace questo commento perché fa anche riferimento ai ragazzi.
      Ma ci pensiamo un attimo agli alunni? Esiste il reale problema del “volo”
      il cui prezzo per molti insegnanti è troppo alto in termini di costi e di rinunce.
      Si tratta, tuttavia, di contratti di lavoro a tempo indeterminato per gli insegnanti che,
      seri e motivati, si andranno a occupare degli alunni, dovunque essi si trovino.
      Un lavoro sicuro consentirà agli insegnanti di “organizzarsi” per il futuro.

  2. Antonio ha detto:

    Probabilmente la mia opinione risulterà controcorrente ma mi sembra che siamo abituati male: spunta una cattedra sotto casa e ci aspettiamo di occuparla senza tenere conto che ci può essere qualcuno che ha titoli e punteggio più di noi e non è giusto “scavalcarlo”. Il nuovo spaventa tutti ma è meglio ritornare al vecchio sistema temendo il nuovo? Forse è preferibile una cattedra a tempo determinato e l’indennità di disoccupazione durante l’estate, per sbarcare il lunario, piuttosto che una cattedra a tempo indeterminato per poi, dopo qualche tempo ritornare nella propria regione?

  3. Francesca ha detto:

    “Il lavoro è amore rivelato.
    E se non riuscite a lavorare con amore,
    ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e,
    seduti alla porta del tempio,
    accettare l’elemosina di chi lavora con gioia.
    Poiché se cuocete il pane con indifferenza,
    voi cuocete un pane amaro,
    che non potrà sfamare l’uomo del tutto.
    E se spremete l’uva controvoglia,
    la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
    E anche se cantate come angeli,
    ma non amate il canto,
    renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte”.
    (KAHLIL GIBRAN)

  4. Gabriele ha detto:

    Più che “graduatorie ad esaurimento” mi piace definirle “graduatorie ad esaurimento nervoso”.

    Spesso mi è capitato di sentirmi dire “ti stai laurendo per essere precario?”. Ho sempre tenuto poco in considerazione queste persone. Ovvio: il lavoro sotto casa a 4 mila euro al mese non si può offrire a nessuno e quindi tantomeno nessuno lo può pretendere.

    Magari sarò troppo ottimista ma ho la convinzione che “volere è potere”: si può “lavorare” (ricordiamoci che gli insegnanti, quelli veri, quando escono di casa dicono “Ciao, vado a scuola” e non “Ciao vado a lavoro”: è differente) ma non dove si vuole, bensì dove ce ne è bisogno…da una parte mi sembra giusto.

    Ci sarà tempo per tornare a casa.

  5. Clara ha detto:

    Ora che sono una insegnante in pensione la mia “gavetta” mi sembra quasi un’esperienza esaltante, ma quando, appena laureata, l’ho vissuta è stata veramente complicata e dolorosa. Prima per sette anni ho dovuto perigrinare tra le scuole nelle località più lontane e impervie della mia regione. Poi ho dovuto lasciare la mia famiglia, la mia città, le mie amicizie, le mie abitudini e dall’italia centrale mi sono spostata al Nord e, ritornata dopo alcuni anni, nella mia regione ho ricominciato a viaggiare per raggiungere sedi lontanissime e scomode. L’ho fatto, è vero, quando ero giovane, ma quando sono tornata non lo ero più. La stessa esperienza è stata vissuta da quello che poi è diventato mio marito, anche lui insegnante. Il nostro scopo era di avere un lavoro sicuro e ci siamo “sacrificati”. Abbiamo fatto male? A noi sembra di no.

    • Gemma ha detto:

      Ringrazio Clara per la sua testimonianza. Traspare la serenità di chi, nonostante sacrifici e viaggi, ha svolto il lavoro per il quale aveva studiato. Ci sono molte persone che oggi si lamentano di non poter fare la stessa cosa. Quanti intraprendono un corso di studi che comporta fatica, spese e sogni, per poi “accontentarsi” di un tipo di lavoro, magari artigianale, a volte inventato, improvvisato o di ripiego perché non ci sono posti di lavoro. E allora: i posti di lavoro per gli insegnanti ci sono. Per molti sono “scomodi”, lontani dalla propria casa e dal proprio mondo ma ci sono. I sacrifici non piacciono a nessuno ma c’è chi si è sacrificato in passato e nessuno ne ha mai parlato.

  6. Fabio ha detto:

    Passione e lavoro spesso non coincidono nella reale vita lavorativa di tutti i giorni. Spesso si tende a svolgere un lavoro più remunerativo e redditizio che, pur non coincidendo con quelle che sono le doti e i gusti individuali, si pratica per un tornaconto economico ma, sul piano psicologico e interiore, a volte porta a un’infelicità di fondo, ad un’evitabile routine che può sfociare nell’insicurezza e nel rimpianto per non aver combattuto per ciò che si voleva veramente fare…. Purtroppo,oggi, chi ha intenzione di fare il maestro/istruttore/educatore/professore SA a cosa va incontro e SA a cosa deve rinunciare se vuole esercitare tale professione. Ormai è sotto i riflettori di tutti quella che è la situazione attuale. A mio modesto modo di vedere, il precario deve entrare nell’ottica che purtroppo l’inconveniente in questione è un fattore esogeno per cui non può far altro che trasferirsi fino a giungere nel posto desiderato. In alternativa, potrebbe anche aspettare Godot … ma sappiamo tutti che fine ha fatto chi aspettava Godot… Quindi, concludendo, chi è realmente interessato a fare questa professione DEVE sacrificarsi perché la situazione attuale lo impone. Se ci si lamenta significa che poi tutta questa passione non c’è. L’amore per la professione nonché amore per l’insegnamento e il confronto continuo con gli alunni, che sono coloro che hanno bisogno di crescere e maturare, può essere esercitato in ogni dove, se effettivamente sognato e ambito COME PROFESSIONE IN Sé E COME ESERCIZIO A Sé STANTE, il resto è noia.

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