un santo in giardino, necesse est

29 giugno 2015 di: Rosanna Pirajno

La notizia, senza invito,  mi viene data su facebook dall’amico Giuseppe Dragotta, che so devoto del santo e suppongo promotore dell’iniziativa, in questi termini: «cara Rosanna, oggi abbiamo finalmente inneggiato a San Benedetto il Moro, dedicandogli uno spazio esterno pubblico!», punto esclamativo. Alla precedente, timida osservazione del responsabile dell’ufficio toponomastica, Michelangelo Salamone, che in quello spazio una piccola targa recitava, con un verso di Ennio Cavalli, «Una Foglia, un fiore, un boschetto di pomelie per Manù» supponendolo già intestato, la risposta era stata, sempre su fb: «se una targa già esiste non potranno negare di porne una seconda che inneggi al santo!!», due punti esclamativi.

E difatti non l’hanno negata, sindaco con fascia e parole di circostanza su “mare, riscatto e accoglienza ai migranti”, assessori e consiglieri comunali specie di sinistra, ufficio toponomastica mi auguro ob torto collo, forse un comitato “intestiamo uno spazio a San Benedetto ché padre Pio ha colonizzato tutto”, monaci e confratelli in quantità, ferventi cattolici osservanti e cittadini appena reduci dalla allegra parata in difesa dei diritti Lgtb, tutti in fila a farsi fotografare davanti allo smisurato pannello di incerta fattura artistica che, da ieri e per l’eternità, assegna alla protezione del santo in questione il giardino di un luogo laico per eccellenza, la ex Real Fonderia dove dal 2012 si svolgono i riti delle unioni civili fra cittadini – rigorosamente di sesso diverso – che con chiesa e parrini non vogliono avere a che fare, senza per questo temere di finire al rogo per rifiuto di protezione celeste.

Anche se la cosa mi colpisce personalmente, non ho alcun diritto di farne un fatto privato poiché so bene che l’intestazione del piccolo spazio pubblico a mia figlia Manuela Filippone Lechner, scomparsa nel 2008 mentre seguivo per conto del Comune i lavori di recupero dell’edificio e di impianto del giardino, è una concessione alla madre-progettista data dai massimi responsabili degli uffici competenti, sindaco Cammarata in testa, mossi un poco da piètas e un poco, mi ero figurata, da stima e affetto.

Ma è il dato simbolico che ha assunto quel boschetto, che ritengo si dovesse salvaguardare da commistioni cattoliche a maggior ragione per la destinazione, a oltre due anni dalla consegna dei lavori nel 2009, della campata restaurata dell’ex Real Fonderia a sede di funzioni laiche. La cronaca della sua nascita narra di un appello lanciato da Mario Pintagro, tra i curatori della bella mostra Pomelia felicissima del 2005, a collezioniste private a donare, come da tradizione, «una pomelia alla figlia che va sposa» e quindi piantate da lui e noi personalmente come in un rito propiziatorio del giardino che si donava alla città. Quando infine l’ufficio Centro storico deliberò di destinare il luogo ai matrimoni civili, mi sembrò appropriatissimo l’augurio che quel boschetto di pomelie – «auspicio di fertilità formulato attraverso l’analogia con lo straordinario esempio di forza vegetativa della pianta» scrive Attilio Carapezza – avrebbe trasmesso alle giovani spose palermitane.

Un rito laico anche questo, non detto ma legato ad una tradizione che si andava perdendo e che una circostanza dolorosa si proponeva di rinverdire, con il sostegno di Mario e Jano e delle donatrici Matilde, Maria e Daniela, e del direttore dell’Orto Franco M. Raimondo, e dei tanti amici che mi sono ritrovata accanto.

In una città in cui la cremazione è impedita dalla mafia dei cimiteri, che non contempla riti funebri civili non avendo alcuno spazio destinato ai “diversamente credenti”, in cui statue e monumenti a Padre Pio nei giardini pubblici fanno da supporto ai cani portati a passeggio, dove la memoria di Padre Puglisi verrà celebrata con una nuova chiesa in cui battersi il petto, e non con il doposcuola in cui proteggere i “ragazzi di strada” che si intestava di sottrarre alla mafia, in una città così non poteva durare un presidio laico senza che un santo protettore, però il “Santo nero” patrono degli schiavi e quindi dei migranti a motivazione della dedica, lo riscattasse dal peccato originario di essere, appunto, fuori dalla sfera cattolica di santa madre chiesa. E amen.

2 commenti su questo articolo:

  1. simona mafai ha detto:

    Sono a fianco alla tua dignitosa indignazione.
    Solo il raggiungimento dell’unità d’Italia, un secolo e mezzo fa, affermò una autentica laicità del nostro paese.
    In seguito, una serie di passi indietro – che le belle parole “a favore degli ultimi” di Papa Francesco non possono
    cancellare.
    Che il Santo nero protegga la giunta palermitana, e la formidabile “schiena dritta” dei nostri amici consiglieri ed assessori
    “laici” e di sinistra.

  2. enza ha detto:

    Nella vita di un piccolo centro le feste hanno sempre una particolare rilevanza, soprattutto quello che si celebrano in onore del Santo patrono e degli altri Santi che le tradizioni locali venerano quali protettori nelle più diverse circostanze o necessità. Ricordano Vincenzo Cardarelli, ‘Santi del mio paese’:
    Ce ne sono di chiese e di chiesuole,
    al mio paese, quante se ne vuole!
    E santi che dai loro tabernacoli
    son sempre fuori a compiere miracoli.
    Santi alla buona, santi famigliari,
    non stanno inoperosi sugli altari.
    E chi ha cara la subbia, chi la pialla,
    chi guarda il focolare e chi la stalla,
    chi col maltempo, di prima mattina,
    comanda ai venti, alla pioggia, alla brina,
    chi, fra cotanti e così vari stati,
    ha cura dei mariti disgraziati…..

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