il prezzo della parità

14 marzo 2015 di: Francesca Diano

Mi chiedo sempre più spesso se la “parità” (o quasi) di diritti che le donne hanno ottenuto in Occidente e per cui stanno lottando in molti altri paesi del mondo non sia una trappola invece che una conquista.

È vero, le filosofe di Diotima costruiscono da molti anni un “pensiero della differenza sessuale”. Ma basta sottolineare che una differenza esiste, e anzi lottare perché venga riconosciuta ad ogni livello? Una parità con una differenza. È e rimane un ossimoro, da qualunque angolatura lo si voglia considerare. Penso che la trappola sussista. Ciascuna di noi lo può constatare a livello quotidiano. A quelle che da sempre sono state le incombenze femminili per le donne che hanno scelto di sposarsi e avere figli – generazione e cura dei figli, cura della casa, andamento domestico, punto di riferimento e porto sicuro per il marito e i figli – si sono aggiunte (non sostituite!) le magnifiche opportunità di istruirsi, di lavorare, di accedere a campi e saperi fino a poco fa solo maschili. Persino alle stanze del potere. Forse non in Italia, dove comunque alle stanze del potere si arriva – quasi sempre – passando da altre stanze. Ma in molti paesi, perfino in India, ci sono donne che il potere l’hanno ottenuto con le sole proprie forze e capacità. Ma a che prezzo?

In un mondo che, così com’è, è stato progettato, adattato e disegnato a misura d’uomo? E tale ancora rimane? Quello di rinunciare o di fare compromessi dolorosi.

La trappola sta nell’aver aggiunto, dunque nell’aver creato un carico ancora maggiore, dove già il carico era pesante. Non solo perché lo richiede il desiderio legittimo di realizzarsi, di usare il proprio cervello, di costruire attraverso le nostre capacità, ma anche per puro e semplice bisogno di sopravvivenza, se la società in cui viviamo, a misura d’uomo ma non di donna e controllata da forme di aggressività economica maschile, condanna le famiglie monoreddito, con un reddito medio-basso, all’impossibilità di tirare avanti in modo dignitoso. Perché il capitalismo selvaggio e feroce, un capitalismo di rapina, ti strozza facendoti pagare pure l’aria e induce bisogni prima inesistenti.

E questa aggiunta di carico mi fa venire il sospetto che sia un modo diverso e persino più subdolo di controllare le donne. Distrutte dalla fatica dell’essere mogli e madri in casa e lavoratrici fuori, divorate dai sensi di colpa se la professione, magari libera professione, è di quelle che richiedono un impegno non limitato ad un orario fisso, non hanno il tempo di rendersi conto di essere state, ancora una volta, truffate.

3 commenti su questo articolo:

  1. Ornella Papitto ha detto:

    Ma quando lo capiremo che noi valiamo il doppio di un uomo e il triplo di un maschio?
    Dovremmo chiedere la disparità dei diritti ma non la parità! Pretendo la disparità di genere!
    Donne con carattere e personalità da vendere, che stento ad individuare tra i tanti maschi e uomini che incontro nel mio percorso di lavoro e di vita. Esseri banali e senza coraggio. Con le stesse dovute eccezioni anche nel mondo al femminile.

  2. Francesca Diano ha detto:

    Io non sarei d’accordo su questo discorso cara Ornella. Le donne non valgono più degli uomini per il solo fatto di essere donne. Né gli uomini valgono più delle donne per il solo fatto di essere uomini. Valiamo tutti, sempre e comunque, in quanto persone. Che si tratti di uomini o di donne. Conosco donne che sono persone orribili, perfide, manipolatrici quanto mai un uomo sarebbe e uomini che sono persone meravigliose. E donne che sono persone forti e coraggiose, sensibilissime e intelligenti, buone e generose. E uomini e donne che sono persone inette e pavide. E’ la persona che conta, non il genere cui appartiene.
    Il mio discorso invece era di tipo culturale e sociale. E’ la società che va riformata – direi rifondata – da un punto di vista culturale. Siamo ancora lontani dal riuscire a instillare nei cervelli la nozione del rispetto per l’altro, chiunque sia. E la mancanza di rispetto è violenza, è negazione.
    La truffa alle donne di cui parlo è istituzionalizzata. Molto si è fatto, ma sempre poco.

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