la vita grama dell’attrice di Teheran

4 febbraio 2015 di: Anna Trapani

L’Iran prima e dopo. Prima e dopo l’instaurazione della Repubblica islamica. E’ questo cambiamento il protagonista occulto, ma nemmeno tanto, dell’interessante e originale romanzo di Nahal Tajadod,  L’attrice di Teheran, edito da e/o. Il libro è ispirato alla vita della famosa attrice iraniana Golshifteh Farahani che nel testo prende il nome di Sheyda Sahyan. La protagonista del romanzo e la scrittrice sono figlie di due Iran diversi: Sheyda, nata negli anni Ottanta, ha conosciuto soltanto l’Iran dei pasdaran e degli ayatollah mentre Nahal è vissuta nell’Iran dello Scià e si è trasferita in Francia nel 1977. Quest’ultima ci mostra la vita di una giovane e brava attrice tra le mille difficoltà che si incontrano, se si vuol fare cinema nella Persia post rivoluzione. Il talento di Sheyda è indubbio ma viene circoscritto e definito entro lo stereotipo della donna musulmana che il regime vuole: una donna sempre sottomessa all’uomo, brava moglie e madre che si sacrifica per la famiglia e, naturalmente, veste sempre con il velo e non si avvicina ad un uomo che non sia suo padre, marito, figlio o fratello.

La giovane attrice nelle intenzioni della madre sarebbe dovuta diventare una affermata pianista, ma lei lascerà il conservatorio per il cinema già adolescente. Proviene da una famiglia di attori, laica, e il talento non le manca. Esprime il suo bisogno di libertà camuffandosi da ragazzo con il seno costretto da una fasciatura e il cranio rasato. Così soltanto può permettersi quella libertà che le è negata come femmina. In famiglia i suoi genitori sono di manica larga ma, purtroppo, non lo è lo Stato in cui vive. La censura la fa da padrona tagliando intere scene e modificando i dialoghi, né le sarebbe andata meglio se avesse continuato a studiare pianoforte: il regime mette al bando la musica, in specie quella occidentale, perché corrompe i costumi e così i giovani sono costretti a cercare i cd più famosi di contrabbando, correndo il pericolo di essere scoperti o denunciati alle autorità.

L’autrice del romanzo, invece, conosce la società iraniana della monarchia filo-occidentale dello Scià. Non può fare a meno di notare le differenze, nel bene e nel male. La modernizzazione forzata che il sovrano propugnava aveva indubbiamente lati positivi e altri negativi, e anche a quel tempo le carceri erano piene di dissidenti ma nel suo giudizio la bilancia pende a favore del regime pre rivoluzione, soprattutto per la cultura di cui l’Iran è portatore da secoli. Seguiamo così, tra alti e bassi, le vicissitudini della protagonista fino al periodo peggiore, cioè quello in cui dovrà affrontare sette mesi di interrogatorio prima di andare negli Stati Uniti per un film che la lancerà nell’olimpo delle grandi star. E’ considerata una spia del Mossad, i servizi segreti israeliani, e alla fine verrà “invitata” ad andarsene dal suo paese per non tornarvi più. Efficace la pagina in cui è indecisa se indossare il chador o un abito da sera alla prima di un suo film a New York. La scelta segnerà il suo destino e lei sceglie un abito corto rosso. Il dolore per l’esilio è forte, totale, coinvolgente: vorrebbe andare e restare nello stesso tempo, ma alla fine confesserà all’autrice che se avesse potuto scegliere non sarebbe mai partita. Attrice e autrice: due vite che si incontrano, due Iran lontani anni luce.

1 commento su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Interessante articolo che mi ha ricondotto ad un film che ho amato in modo particolare: “come pietra paziente” di cui l’attrice è protagonista. Simbolo di tante donne a cui è vietato esprimersi, ombre avvolte nel chador quasi senza voce e personalità propria, la Farahani interpreta in modo magistrale una moglie che assistendo il marito morente trova finalmente il coraggio di dire tutto ciò che non le è mai stato concesso dire e raccontare la sua realtà di donna con desideri, aspettative e sentimenti propri.

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