riforma della scuola: che fare con i “bulli”

28 settembre 2014 di: Magdalena Marini

Uno dei tanti problemi che un insegnante deve affrontare all’inizio dell’anno scolastico è l’incontro con un tipo particolare di alunni, che vengono definiti come ‘bulli’. Dei bulli e delle bulle tanto si è detto e tanto si è scritto, ma il problema continua a sussistere se non ad ampliarsi. Nei corsi di aggiornamento, che vengono organizzati per insegnanti e personale scolastico, viene spiegato ai partecipanti che essi esistono perché non hanno sviluppato il gusto del rispetto per il mondo in cui vivono, perché sono insoddisfatti e sono convinti di non avere abbastanza, perché non si sentono compresi, perché non riescono a capire i messaggi che gli adulti comunicano.

Il bullismo infatti esiste per un reale difetto di comunicazione ed è una realtà legata all’assenza del senso di appartenenza. I bulli non rispettano il mondo in cui vivono perché non lo amano. Alcuni vivono in un ambiente degradato, in situazioni di difficoltà economica, nella tristezza e nello sconforto dovuta alla scarsa presenza dei genitori o alla mancanza di una famiglia calda e accogliente, ma anche quando la situazione economica è buona non sono contenti di quello che hanno, perché non è mai abbastanza, si confrontano con i pari che hanno più di quello che possono permettersi e allora manifestano insoddisfazione, spirito critico e polemico nei confronti dei genitori giudicati incapaci di dare loro tutto quello che gli “altri” hanno.

Nell’ambiente scolastico il bullo e la bulla trovano un terreno fertile per le loro frustrazioni e le loro rivolte: la presenza di adulti, che non necessariamente hanno con loro un rapporto affettivo, la richiesta di rispettare delle regole, la convivenza con coetanei con cui confrontarsi, i messaggi verbali e non verbali da decifrare. Il bullo e la bulla si sentono estranei e contestano il malessere con l’aggressività, con la prepotenza, con la voglia di spaccare tutto, distruggere, sporcare, lasciare il proprio segno. Non si sentono capiti poiché le loro richieste vengono considerate fuori posto o esagerate e vengono redarguiti talvolta con toni aggressivi e denigratori, sentendosi dire cose che non riescono ad accettare. L’adulto viene visto come un detective che vuole indagare sulla loro vita personale, un mago che vuole far scomparire i problemi che sentono pesanti, qualcuno che tutto sa, tutto capisce, tutto dispone. L’insofferenza è legata a quella che viene percepita come una mancanza di attenzione nei propri confronti, unita a un senso di inadeguatezza in un ambiente, quello scolastico, in cui si trovano a vivere per buona parte della propria giornata.

All’insegnante non resta altro dunque che ‘rimboccarsi le maniche’, fare molta attenzione a quelli che si chiamano messaggi non verbali, garantire l’apprendimento e l’incolumità di tutti i suoi alunni e, mentre il suo ruolo educativo ed intellettuale sta perdendo sempre più credibilità, non permettere ai bulli e alle bulle di perdersi nel loro ruolo di disperata umanità.

2 commenti su questo articolo:

  1. Maria Teresa ha detto:

    Sto proprio per uscire per andare ad incontrare i bulli delle mie classi e tutti gli altri miei alunni che hanno problemi diversi ma non meno gravi. Quello che Magda ha scritto è tutto vero, anche la sensazione di perdita del mio ruolo. Dunque, buona giornata lavorativa a me e a tutti i colleghi!

  2. magda ha detto:

    è un bel combattimento quotidiano,
    a volte una sfida
    bulli non si nasce….si diventa
    educatori non si nasce….si impara!
    l’importante è credere in quello che si fa
    e farlo con la testa e con il cuore

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