il potere in processione

22 luglio 2014 di: Rossella Caleca

Spesso ci si accorge del male solo quando inizia a provocare dolore. E’ allora che ci si allarma, che si comincia a cercare rimedio. Come nel nostro corpo, così nel corpo sociale, le realtà negative diventano a tutti palesi, scuotendo l’opinione pubblica, quando iniziano le incrinature, si aprono le prime crepe, i primi segni di cambiamento. Volevo così commentare il bell’articolo apparso su questo sito alcuni giorni fa sull’inchino al boss durante la processione della Madonna delle Grazie ad Oppido Mamertina; ma altri commenti, altri avvenimenti successivi mi hanno indotto ad altre riflessioni. Non sulla religiosità dei mafiosi (vera, finta, incomprensibile o corrispondente alle forme espresse nel contesto di appartenenza) di cui altri hanno scritto più autorevolmente, come Alessandra Dino nel saggio La mafia devota; ma sulle forme del potere mafioso e sulle sue manifestazioni.

Nelle feste patronali, le comunità si riconoscono, confermando un’identità collettiva: ribadiscono la loro “appartenenza”, la devozione e il legame, definito in un rapporto di reciproco scambio, con la potenza sovrannaturale; rifondano la coesione sociale anche attraverso l’affermazione, la manifestazione delle gerarchie di potere nella comunità; del potere umano, che si “inchina” a quello divino in quanto da tutti riconosciuto: le processioni, da sempre, sono (anche) un luogo di legittimazione pubblica del potere, dei poteri: “le autorità” civili, militari, ecclesiastiche, sfilano ai primi posti dietro la statua del Santo. Così anche la ‘ndrangheta, le mafie, hanno sinora manifestato la loro “auctoritas”, non “ufficialmente” riconosciuta dallo Stato ma pienamente riconosciuta nella comunità, assumendo anzi un ruolo fondamentale nell’organizzazione della festa, perché sia a tutti palese che tra i “poteri concorrenti” il loro è sovrano, è quello, tra i poteri terreni, nei fatti deputato dalla comunità a rappresentarla nel rapporto col potere divino.

La buona notizia è che nel sistema si è aperta una crepa, anzi due: l’autorità militare, rappresentata dal comandante dei carabinieri, se ne è pubblicamente dissociata, uscendo dall’ambiguità, dal riconoscimento implicito, dal “nascondimento”, rendendo palese, a chi non se ne fosse accorto, o facesse finta, che certi gesti, certi segni, all’interno di un rituale, dicono tutto e legano tutti; poi si è dissociata l’autorità ecclesiastica, con una determinazione mai prima manifestata; il vescovo, sospendendo lo svolgimento di tutte le processioni nella diocesi, ha affermato la necessità di avviare, tra le comunità di fedeli, una profonda riflessione su di esse e sul senso della tradizione (e ci si chiede quanto ha pesato in questo l’atteggiamento, l’impegno e la denuncia costante della mafia da parte di papa Francesco).

La cattiva notizia è che, nel frattempo, un altro episodio di “inchino” durante una processione è avvenuto a San Procopio, ma il sindaco è incline a non darvi peso: “baggianate” sembra abbia dichiarato. L’”autorità civile” del paese, diretta espressione della comunità dei “fedeli” (di doppia fedeltà), non è ancora pronta a dissociarsi, pare.

1 commento su questo articolo:

  1. annamaria, Z. ha detto:

    Niente fasperare che non vi saranno più inchini ai capo-mafia o mandamenti, ma almeno ci sarà il nostro disgusto!

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