Siciliane, queste sconosciute

5 giugno 2014 di: Letizia Lipari

All’Università di Palermo c’è una regola non scritta per cui, se cerchi un libro in una delle piccole biblioteche di dipartimento, fra code e sparizioni di volumi e addetti, ci vorrà un tempo difficilmente quantificabile prima che si riesca a recuperare l’oggetto desiderato. Il disagio si può però minimizzare cercando di sfruttare il tempo di attesa, per esempio spulciando fra i volumi di cui queste stanzette sono stipate. È stato così, un giorno di qualche anno fa, che ho trovato un libro che non stavo cercando; un mattone di mille pagine rilegato in giallo. “Siciliane” c’era scritto in copertina. Ricordo di avere pensato: “Che figata!” Una raccolta dei profili biografici di 333 donne sicule divise per epoca, da Sant’Agata a Francesca Morvillo, da Costanza d’Altavilla e Rosa Balistreri.

Il dizionario delle siciliane quel giorno me lo portai a casa, e trascorsi un po’ di tempo sfogliandolo con curiosità, immergendomi nella storia di Virdimura De Medico, prima donna ebrea ad ottenere la licenza di esercitare la professione medica in Sicilia, di Anna Ragusa, processata come eretica perché viaggiava per il mondo predicando la sua fede, di Peppa “la cannoniera”, eroina dell’insurrezione antiborbonica di Catania del 1860.

Queste storie me le ricordo ancora perché sono bellissime. Eppure poche di esse sono davvero conosciute. Quando va bene, languiscono in qualche cantuccio delle opere di storia locale.

Un personaggio di Jane Austen, Catherine Morland dell’Abbazia di Northanger, lamentava che nella storia «Di donne non si parla mai»; delle grandi donne siciliane non ci hanno raccontato, quasi che esse non avessero contribuito assieme agli uomini a tessere la storia.

Oggi provare a riscoprire queste figure femminili può essere una bella sfida. Si può cominciare raccontandole, a partire dai banchi di scuola, dall’università, dalle riviste. E cercare di riscoprire l’altro volto, affascinante, del nostro passato.

3 commenti su questo articolo:

  1. federica ha detto:

    complimenti alla penna! un articolo ben scritto!

  2. Stefania Di Filippo ha detto:

    Eh sì, cara Letizia, sfortunatamente ci insegnano la storia mondiale ma si dimenticano di tramandare quella locale/regionale, non mettendo in conto che prima o poi le cose svaniranno dalla mente di chi le sa e non verranno più lette perché nessuno spronerà le nuove generazioni ad informarsi su un determinato argomento piuttosto che su di un altro, dovremmo prendere esempio dal passato, ci si tramandava le cose oralmente e queste son riuscite ad arrivare fino a noi, fortunatamente, ed invece, cullandoci sul “Okay, ma tanto internet ha la risposta” (come se internet fosse un’entità vivente a sé stante e non fosse arricchito di gente al di là di uno schermo), si lascia correre, si lascia che il passato, la nostra storia ci sfugge dalle mani come se fosse sabbia tra le dita, con un’unica piccola differenza, per la sabbia non si può nulla per trattenerla, per questo sì.

  3. Silvana ha detto:

    Sono stata fra le donne che abbiamo lavorato a questa antologia, pensavamo appunto che non se ne era fatta una gran pubblicità e che non l’avrebbe letto nessuno a distanza di anni ecco una “liberissima” che ne parla! Mi ha fatto un gran piacere.

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