la città con l’orecchino di perla

6 giugno 2014 di: Clara Margani

Bologna la rossa, Bologna la grassa ha ospitato per circa quattro mesi la mostra “La ragazza con l’orecchino di perla”, che si è svolta a Palazzo Fava dall’ 8 febbraio al 25 maggio. Una mostra sul periodo d’oro della pittura olandese, curata da Marco Goldin e tra gli altri da Emilie Gordenker, direttrice del Mauritshuis Museum de L’Aia, dove il capolavoro di Vermeer è conservato e dal quale provengono tutti i 36 dipinti esposti. D’altra parte anche il palazzo, sede della mostra, è un edificio speciale, in cui è possibile ammirare sulla parte alta delle pareti di alcune stanze gli affreschi dei Carracci e della loro scuola. In particolare nella stanza dove è stato esposto il quadro, che dà il titolo alla mostra, è presente il celebre ciclo che raffigura il mito di Giasone e Medea, dipinto a sei mani dai fratelli Carracci, poco visibile però a causa dell’allestimento che concentra la luce sul dipinto di Vermeer e impedisce di godere dei due capolavori contemporaneamente.

La mostra è stata poi accompagata da una serie di iniziative che hanno sfruttato questa occasione per rilanciare la città di Bologna. Tutti i portici di Bologna hanno portato alla mostra e percorrendoli i visitatori sono stati accompagnati da tante immagini della ragazza con l’orecchino di perla: vari manifesti grandi come l’arcata di un portico hanno indicato la strada per arrivare a Palazzo Fava, un negozio di bigiotteria ha inserito nell’immagine incorniciata del quadro un vero orecchino di perla, una profumeria ha usato le labbra della ragazza per pubblicizzare una marca di rossetti, la ragazza con l’orecchino di perla con gli occhiali ha reclamizzato un negozio di ottica, una vetrina ha mostrato i disegni dei bambini delle scuole elementari che hanno colorato con la loro fantasia il viso e l’acconciatura della ragazza, un’agenzia immobiliare ha offerto in vendita un edificio assicurando che la ragazza con l’orecchino di perla avrebbe voluto vivere in quel luogo.

Lo sguardo e il sorriso appena accennato della ragazza, fissata nel suo essere sempre ragazza e sempre malinconica, di tre quarti e senza parole, ha seguito in questo periodo i bolognesi e i visitatori, catturando il loro sguardo attraverso il luccicare degli occhi e dell’orecchino. Allontanandosi invece verso i confini della città, dalla parte opposta rispetto al sito della mostra, è possibile ammirare l’albero «a cui tendevi la pargoletta mano», che nel giardino della casa di Carducci rinverdisce «tutto or ora». Anche qui un bambino, rimasto per sempre bambino, fissato nel tempo dai versi della poesia di suo padre, come lo sguardo della ragazza fissato da Vermeer per sempre sulla tela. Due esseri, in luoghi e tempi diversi, cristallizzati in un loro gesto quotidiano da un artista che attraverso loro rende concreta la sua ispirazione. La paziente adolescente senza nome di Vermeer e il vivace figlio Dante di Carducci, in questa bella e accogliente città entrano nel nostro immaginario con la forza dell’arte e si appropriano della nostra mente e dei nostri sentimenti, conquistando così il diritto all’eternità.

1 commento su questo articolo:

  1. Orietta ha detto:

    L’articolo mi ha riportato indietro al tempo del liceo quando la poesia di Carducci che viene citata era occasione di battute e di parafrasi ironiche. Però mi sono resa conto anche che la so ancora a memoria e che le immagini del bambino, della sua manina e dell’albero di melograno sono ancora dentro di me.

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