Anno sabbatico: tempo perso?

21 maggio 2014 di: Letizia Lipari

Decidere se e in che ambito continuare gli studi, dopo il diploma o dopo una laurea triennale, non è mai cosa facile, specie se le reali aspirazioni del giovane chiamato all’ardua scelta si scontrano con considerazioni più o meno sensate su quale percorso garantirà di di raggiungere più facilmente l’ambitissimo traguardo del posto di lavoro. Ad aggravare lo stato confusionario del nostro ragazzo, a questo punto, è assai probabile che intervengano gli amici e sopratutto i parenti, con frasi che, con minime varianti, si possono riassumere grosso modo in: “con ‘sta crisi che c’è, conviene che ti laurei in fretta, senza perdere tempo”, e poi il classico: “se smetti di studiare per un po’, non riprendi più”.

Se all’epoca della mia maturità ero abbastanza convinta che questo stuolo di gente amorevole avesse ragione, oggi, dopo un corso di studi abbandonato e uno quasi completato, di nuovo costretta a scegliere quale percorso imboccare, non ne sono più tanto sicura.

È così grave, in fondo, “perdere tempo”? Nel resto d’Europa sembra di no: il gap year, l’anno sabbatico, magari da trascorrere all’estero, è per molti ragazzi d’oltralpe una tappa irrinunciabile. Qui da noi invece, complice una storica tendenza a essere più “mammoni”, sembra ancora esserci una certa resistenza a lasciare il nido. Eppure, i vantaggi di un periodo di stacco sono tanti: oltre alla possibilità di acquisire una maggiore autonomia e di imparare una lingua, vi è anche l’opportunità, per molti, di di fare le prime esperienze lavorative e allo stesso tempo di riflettere sul proprio futuro lontani da condizionamenti e pressioni esterne. Insomma, un buon punto di partenza per poi riprendere lo studio o l’eventuale percorso professionale scelto con le idee più chiare e nuova energia.

1 commento su questo articolo:

  1. Martina ha detto:

    Purtroppo siamo vittime di una realtà che ha bisogno di avere tutto ed in fretta, che non capisce che prendersi un anno per sé a vent’anni sia una cosa sacrosanta poiché quando poi ne avremmo la possibilità (quando e se arriveremmo alla pensione) non avremmo più lo stesso spirito e la stessa capacità fisica e che comunque l’anno all’estero aiuterebbe non solo le capacità linguistiche del ragazzo ma anche quelle psichiche e decisionali rendendolo un trentenne soddisfatto e pieno di cose da raccontare.

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