la donna indiana e la difficile turbolenza nei romanzi di Anita Nair

12 aprile 2014 di: Francesca Diano

Come tutti sanno, l’India è un paese in velocissima crescita economica, che si sta conquistando un posto importantesulla scacchiera internazionale. È la quarta potenza economica del mondo e un paese potenzialmente ricchissimo, con risorse umane e di produttività enormi. Eppure questo non deve meravigliare. L’India lo è sempre stata. È sempre stata trainante, fin dalla remota antichità, dato che scienziati, matematici, studiosi, letterati e ricercatori della conoscenza hanno posto le basi dell’Occidente. A cui si sono aggiunti i Greci.

Questa capacità generativa non è mai venuta meno ed ora riemerge potente. Gli indiani sono ingegneri, matematici, informatici, scienziati, economisti, imprenditori, grandi industriali. Queste caratteristiche non sono estranee all’antico sistema castale, che, nonostante sia stato abolito da tempo, ancora fa sentire la sua influenza nella società indiana.

Questa rapidissima ascesa economica e politica sulla scena mondiale però, ha il suo prezzo. L’India è un paese in cui strutture sociali molto arcaiche, anche tribali, convivono con grattacieli e industrie e laboratori di ricerca all’avanguardia nel mondo. Contemporaneamente società rurale, basata sul sistema del villaggio e una borghesia media e alta variegata e rampante che, nelle grandi città, vive imitando lo stile di vita occidentale e, per certi aspetti, lo supera. Il tutto all’ombra non affatto scomparsa del Raj, l’Impero Britannico. Aborto selettivo diffuso anche fra le classi benestanti e istruite e violenza sulle donne, accanto a donne manager, politiche di spicco, imprenditrici di successo. Donne potentissime, anche più di certe occidentali.

Dunque, la donna indiana, in tutto questo paesaggio così variegato, che posto ha? E che rapporto con l’uomo? È questa la materia che alimenta la narrativa di Anita Nair. Dalla sua prima raccolta di racconti, Il satiro della sotterranea, alla La ferocia del cuore, fino all’ultimo pubblicato di recente in India e di prossima uscita in Italia per Guanda, come gli altri citati, Idris, the keeper of the light (Il custode della luce), il centro focale della sua narrativa sono i rapporti umani. Che in India, soprattutto nel mondo più dorato dell’alta borghesia, di cui in genere i suoi romanzi trattano, oggi non sono più così chiaramente delineati. La donna indiana, che si tratti di donne hindu o musulmane, o di cristiane, si realizza ancora attraverso il matrimonio, che è imprescindibile da uno status sociale accettabile. E quasi sempre si tratta di matrimoni combinati, tanto nelle fasce sociali più alte, che in quelle più povere.

Tuttavia, nei romanzi di Anita Nair, i personaggi femminili tendono a una libertà e a un’indipendenza che necessariamente transita da una forma di ribellione; nei confronti della società e nei confronti del maschio. Una ribellione che sa il fine cui vuole giungere, ma non sempre come raggiungerlo. E va per tentativi. Ciò che ne deriva è un’incertezza di ruoli, la spinta a desiderare e vivere diritti acquisiti in Occidente (o così parrebbe), ma che si scontra con un ambiente ancora fortemente conservatore.

Ciò che ne deriva è uno stato di turbolenza. Un regime turbolento è un moto di un fluido in cui le forze viscose non sono in grado di contrastare le forze di inerzia: il moto delle particelle che ne risulta avviene in modo caotico, senza seguire traiettorie ordinate. Ecco, forse è proprio questa la chiave di lettura dell’opera di Anita Nair. Un contrastarsi ancora caotico di forze opposte, una spinta e una resistenza.

Dunque, alla fine, la strada da percorrere è quella del compromesso. O di piccoli, temporanei compromessi. Moto e stasi. Il cuore proiettato nel futuro e il corpo ancora radicato nel passato. Che in India è presente e potentissimo. Né la sua ricchezza ha senso abbandonare. Si tratta di un gioco di delicati equilibri da inventare di volta in volta. La risposta non può essere quella dell’Occidente. Sarà diversa.

Non per forza le risposte e le soluzioni debbono essere identiche in società e culture diverse. L’India ha sempre dimostrato di possedere risorse che noi non abbiamo. Da noi, ciò che il Mahatma Ghandi ha ottenuto e con che mezzi, è sempre stato inconcepibile.

Non meno in crisi sono gli uomini protagonisti dei suoi romanzi. Mukundan, il protagonista di Un uomo migliore, JAK, lo studioso di cicloni di L’arte di dimenticare, l’ispettore Gowda, indimenticabile personaggio de La ferocia del cuore, sono uomini il cui rapporto con se stessi e con le donne che amano è difficile e tormentato. Poiché nella turbolenza loro pure precipitano.

5 commenti su questo articolo:

  1. Francesca Diano ha detto:

    Grazie a Mezzocielo, e a Rosanna per lo spazio che mi avete offerto. Sono felicissima di essere qui!

  2. Ornella Papitto ha detto:

    Francesca, brava… Un bellissimo sguardo su una cultura così lontana e differente da noi. Mi piacerebbe prendere il meglio di loro… e se loro lo accettassero… offrire loro il meglio della nostra cultura occidentale. Chissà cosa accadrebbe!!!! Ancora brava…

  3. Francesca Diano ha detto:

    Grazie Ornella! Molto gentile. In effetti questo scambio è avvenuto e in più riprese. A volte in senso positivo, altre in senso negativo. Fino ad ora noi abbiamo imparato e ci siamo arricchiti e loro non sempre. Alcuni millenni fa da loro a noi, (fra le altre cose, pensa che lo 0 è stato scoperto da matematici indiani e mediato in occidente dagli arabi), poi con l’inizio della colonizzazione e conseguente sfruttamento, a partire dai portoghesi, poi gli olandesi e poi gli inglesi, l’occidente ha preso. E ancora ha preso dagli anni ’50 del 900, quando gli occidentali andavano a cercare in India spiritualità e ispirazione. Ma anche loro hanno preso da noi: il sistema scolastico, l’organizzazione burocratica e politica dagli inglesi e ora lo sviluppo industriale, informatico e in buona parte lo stile di vita. Ma tutto è adattato secondo l’ottica indiana. Perché l’India ha una caratteristica: quella di accogliere ed elaborare e trasformare. L’ha fatto con le religioni, con le tradizioni, con le culture. Non a caso è la Madre India.
    Aggiungo anche, qui, che la casta dei Nair, da cui Anita proviene e che è una casta di guerrieri del Kerala, aveva per tradizione una cultura matriarcale, di cui ancora resta traccia. Le donne potevano ereditare e lasciare alle figlie i loro patrimoni, si sposavano ma rimanevano nella casa materna, i parenti maschi erano indicati secondo i loro rapporti con le donne e dunque era più importante lo zio materno del marito ecc.
    In Kerala l’alfabetizzazione è altissima e i partiti al governo sono comunisti, ma di un comunismo all’indiana, dunque un po’ per conto suo.

  4. Silvana ha detto:

    Approfitta di questo nostro spazio quando vuoi, puoi solo arricchire il sito e noi, a presto

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