L’Otello di Lo Cascio: alla ricerca del senno perduto

9 aprile 2014 di: Teodora Pottino

Nel nostro universo di relazioni, la chiave di volta che lo fa risuonare risiede tutta in un groviglio di malintesi, fraintendimenti e ossessioni? E’ questa la prima domanda che mi sono posta assistendo allo spettacolo di Luigi Lo Cascio, che insieme a Vincenzo Pirrotta ha messo in scena una rivisitazione dell’Otello sul palco del Teatro Biondo. Un Otello che si articola in versi italiani e siciliani, uniti nel rigoroso ritmo dell’endecasillabo, un Otello in cui la follia è generata dall’incontro di due mondi tanto diversi da non poter comunicare armonicamente, quello dell’uomo e quello della donna, un’ irriducibile differenza che Lo Cascio decide di evidenziare rappresentando Desdemona come la vera straniera. Otello è bianco e parla il siciliano, insieme ai due restanti attori, Desdemona è bianca, ma parla l’italiano. Lo Cascio rompe la tradizione, rinunciando al moro shakesperiano, riscrivendo una sceneggiatura per soli quattro attori, e concentrandosi sulle tematiche che più gli stanno a cuore. La solitudine dei personaggi, l’incapacità dell’uomo di leggere nel mistero della donna e nella sua profondità inesplorata,la follia insita nel pensiero ossessionante del protagonista, un Iago (interpretato dallo stesso regista) che si limita ad accelerare un processo già connaturato nella mente di Otello. Lo spettatore non sa più se sta assistendo alla messa in scena di un amore equivocato o di un odio insensato e distruttivo. Una risposta forse la si potrebbe trovare nella scena finale, in cui si opera un passaggio da Shakespeare ad Ariosto, compiuto sulle ali di un ippogrifo. Otello è sulla luna insieme al soldato che ha narrato la sua storia, alla ricerca del senno perduto e del fazzoletto di Desdemona. Stremato dalla ricerca, si siede a terra osservando l’universo, un orizzonte più ampio del suo, che determina un rovesciamento di prospettive. La sua gelosia cessa di essere al centro della scena, e lo spettatore può finalmente vedere con chiarezza la sua piccolezza di fronte all’infinità di un universo stellato.

2 commenti su questo articolo:

  1. Nuccia Giannì ha detto:

    Una prosa piena di chiari e scuri, un ritmo incalzante che rende ogni rigo una poesia! Brava Teodora scrivi molto bene. Anche l’analisi dell’opera è ottima

  2. Renata ha detto:

    Penso che sia un’interpretazione puntuale dell’autore, ma sopratutto di gran fascino

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