che spavento mi fa la grande bellezza

3 marzo 2014 di: Rosanna Pirajno

Il film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino l’Oscar poi l’ha vinto davvero, «e non era scontato…» ha sottolineato il raggiante regista che ha portato a casa la statuetta dopo 15 anni dall’ultima volta, che fu di Roberto Benigni per “La vita è bella” dove pure nello sfacelo si annidava bellezza. Non lo vinse invece, 52 anni prima, Federico Fellini con la sua “Dolce vita” già trionfante a Cannes e da molti critici ritenuta ispiratrice della vita sfranta spesa tra feste e tiri di coca della compagnia di giro che si muove nel film di Sorrentino, che però nega la parentela. Tutti contenti e soddisfatti, naturalmente, e noi per prime perché il film è ben pensato costruito e diretto, con splendide fotografie di Luca Bigazzi su una Roma struggente e maligna, con attori tutti all’altezza e un protagonista, Toni Servillo, che interpreta il personaggio dell’intellettuale fallito e viveur scafato Jep Gambardella con una autenticità da spavento.

Perché a me, il film che ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero, mi fa spavento. Mi spaventa la bruttezza della società “cinica e vacua” che si muove agghindata tra feste e festini, in locali esclusivi o terrazzi affacciati sulle rovine storiche di una città disfatta eppure magica, mi spaventa il “come siamo diventati” se sono quelli là a rappresentarci, i ricchi e potenti che tengono in mano le redini dell’esistenza dei poveri diavoli che formano “il popolo”, mi spaventa l’indifferenza a tutto, figurarsi all’etica, che aleggia fra quella gente persa nel proprio “particulare” più grottesco che elegante, mi fa paura il cinismo che sprizza da tutte le storie dei componenti il gruppo. Con ciò non voglio dire che il film “ci danneggia”, per carità, che lo sporco meglio lasciarlo sotto il tappeto e cose così. Niente affatto, dico che, se crediamo (e io lo credo) che un versante della nostra Politica abbia creato quei mostri, siamo messi male e dobbiamo fortemente contare sulla bellezza – dei luoghi e delle persone che si sono salvati dal diluvio – per riprendere in mano una situazione disperata e ricominciare a costruire bellezza, se non ne abbiamo perso le matrici.

Del resto il ruolo di artisti e intellettuali è proprio quello di mostrare “ad arte” le umane debolezze, dunque il regista Sorrentino – e lo conferma l’interesse dei mercati stranieri – che sa aprire squarci inquietanti sulla deriva di egoismi e menefreghismi che tiene salda una certa società, e non solo la nostra, ci stimola a scappare a gambe levate dal modello di vita molto escludente, basato su potere e denaro e affari che ne conseguono, che l’ha coltivato con ostinazione. Facendo un danno enorme a noi, ma pure a quei poveri ricchi sperduti tra affari e malaffare, coca, champagne e lustrini senz’anima.

5 commenti su questo articolo:

  1. Adele ha detto:

    Quando un articolo fa vedere una realtà ecco che ti sembra buono, ottimo, non c’è in questo una sola parola che non avrei scritto anch’io dunque un grazie per aver visto un gran film con obiettività ed intuizione, per avercelo spiegato come meritava e per aver sofferto nel vedere come è finito il mondo, beh quasi finito

  2. lucia curatolo ha detto:

    l’articolo evidenzia senza volerlo la parte scontata di questa storia dalle rimenbranze tipicamente berlusconiane Percio ben venga un sorrentino a ricordarcelo che lo sfacelo e la “bella società spaventano .La bellezza sta che nell’averla captata cosi’ che sembri antica felliniana memoria ma attualissima ahimè ancor oggi .amo sorrentinbo e gli artisti che ce lo fanno ricordare così

  3. Credo che sia proprio questa la centratura “dell’obiettivo” in cui il film inquadra in due mosse importanti quanto mostra oltre il vetro e il “divieto” (nessuno osi toccare caino). Prima mossa: utilizza proprio un produttore che dentro quel mondo ci sguazza, visto che tutt’ora collabora a produrlo (fate mente locale su chi ha prodotto questo film ), e, seconda mossa, mostra quei festini che sono fasti di fatiscenza e vuoto, l’oro non sono loro ma il decrepito a cui anch’essi stanno andando incontro, e questo dal tempo dei tempi. Roma, capitale del lusso, della lussuria e dell’abbandono, dell’incuria in cui l’uomo prima di tutto cede, all’ignavia, al mancato interesse per quanto davvero è vita, che anzi evita di mettere al centro delle sue riflessioni, meglio una luce in un set di posa, lì la vita non scorre mai, si deposita in pixel di finzione, la cui funzione, come in questo caso, è proprio aggirare l’anaconda affamata perché vuota, girarne gli anelli infernali e trarne vantaggio come dal veleno usato per sanare un morso mortale.
    f.f.

  4. gemma ha detto:

    poesia pura, scenografia stupenda, film d’ambientazione
    contrasto tra la grande bellezza della città eterna e la decadenza
    ho apprezzato molto l’interpretazione di Sabrina Ferilli e di Carlo Verdone
    ho riconosciuto Serena Grandi nelle sue forme appesantine e inevitabilmente disfatte
    difficili da ricostruire
    bravi!

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