tutela del territorio assente, politica distratta

1 dicembre 2013 di: Rosanna Pirajno

La Sardegna è scomparsa dalle pagine di giornali e telegiornali prima della scomparsa del fango dalle strade alluvionate, e prima di qualsiasi passo avanti verso la sbandierata “messa in sicurezza” delle aree a rischio idrogeologico. Ora i media sono travolti dalla decadenza del senatore condannato e la classe politica ha altro per la testa, che occuparsi di problemi come questo anche se qualcuno, come l’Associazione Italiana di Ingegneria Naturalistica, valuta che in Sicilia, su 390 comuni, 270 sono a rischio e a Giampilieri, colpita da frane disastrose nel 2011, si teme l’arrivo di una “bomba d’acqua” sul greto del fiume intasato dai materiali di risulta delle operazione di sgombero. Il governatore della Sardegna, Cappellacci creatura di B., interrogato sulla opportunità di modificare il suo piano paesistico eccessivamente propenso al cemento, ha risposto picche con l’alta motivazione che “il mondo va avanti” anche dopo i disastri ambientali.

Quando, dopo ogni catastrofe da alluvioni frane crolli e cedimenti di terreni e costruzioni, tornano a risuonare i termini “abusivismo” e “cementificazione” e “dissesto idrogeologico” e “abbandono dell’agricoltura” e “mancata messa in sicurezza” quindi mancato controllo e pulitura di suoli e alvei e boschi, quindi eccesso di peso antropico e degrado dei suoli impermeabilizzati e cementificati a ritmi insostenibili e dove non si doveva, quindi riduzione della Superficie agricola utilizzata (Sau) che va dal 45,55% della Liguria al 22% della Sicilia e al 17,7% della Toscana, secondo i dati Istat rilevati negli ultimi quindici anni, quando queste parole e concetti riecheggiano ad ogni disastro dimentichi di tutti gli allarmi e avvertimenti ad ogni affacciarsi di condono e sanatoria e piano casa e “padroni a casa propria” e ad ogni smantellamento di norme e leggi di salvaguardia di territori e paesaggi, quando si piangono morti e distruzioni e stime dei danni e costi di recupero risanamento ricostruzione dove le perdite non sono irreversibili, cosa resta da fare? Sbracciarsi e ricominciare, perdere tutto e ripartire da zero, terribile pratica in cui sono diventati bravissimi gli italiani colpiti da “catastrofi naturali” come sismi e alluvioni.

Ma la politica? Ha mai più agito, dal piano nazionale al locale, per contrastare le azioni di sfruttamento intensivo della terra e delle acque, ha posto freni alle attività rapinose di suoli e paesaggi di quanti si sono arricchiti a danno del Belpaese, vedi Campania già felix? Ci sono tracce di politiche “buone giuste e pulite”, come le chiamerebbe Carlo Petrini di Slow Food, per natura, ambiente, agricoltura, urbanistica, per la manutenzione idrogeologica dei territori, la prevenzione di rischi prevedibili e la protezione del paesaggio, nei programmi dei candidati a reggere le sorti di partiti e del paese? In effetti, andare oltre qualche doveroso accenno alla “tutela dell’ambiente” non giova in termini elettorali, che il rigore non paghi lo ha sperimentato sulla propria pelle proprio l’ex governatore Renato Soru, che per la Sardegna aveva varato un piano paesistico d’avanguardia apprezzato dai protettori di ambiente e paesaggio e avversato dagli speculatori, compreso il suo successore che si sta affrettando a smantellarlo con la mira miope e perdente di svendere territori e coste, dunque bellezza e sicurezza, soltanto per far quattrini.

In questo campo la politica soffre di cedimenti che si spiegano, come scrive uno degli studiosi più attenti e inascoltati dopo Antonio Cederna, Salvatore Settis in Paesaggio Costituzione Cemento, la battaglia per l’ambiente contro il degrado civile (Einaudi), «con la caccia al voto e al sostegno dei maggiori detentori dei poteri economici». Oppure, a voler essere comprensivi, con la mancanza di strumenti di conoscenza delle dinamiche evolutive del territorio amministrato, da quelle geomorfologiche a quelle sociali e demografiche per finire a quelle proprietarie, dei suoli e degli immobili. Il monitoraggio del territorio e il censimento di opere e impianti sono strumenti indispensabili ad una pianificazione corretta, che non ceda a miraggi evanescenti o peggio a speculazione e malaffare, ma la strumentazione legislativa è ferma alle dichiarazioni programmatiche di Moro del 1963 e alla defenestrazione del ministro dei Lavori pubblici Sullo, colpevole, con la sua legge urbanistica, di aver intaccato a vantaggio del pubblico il regime giuridico dei suoli, come riporta Vezio de Lucia nella illuminante cronaca di «mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi» narrato nel suo Nella città dolente (Castelvecchi). Una storia infinita.

2 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Ripenso al film di Francesco Rosi: Le mani sulla città. I veri “sciacalli” non sono quelli che dopo la tragedia si aggirano tra le macerie per depredare quel po’ che rimane, ma tutti coloro che, in giacca e cravatta, onorevoli forse di nome ma non di fatto, hanno agito, giorno dopo giorno, a danno (doloso e non colposo) del territorio provocando il gravissimo dissesto idrogeologico in cui versa oggi buona parte dell’Italia. Fiumi di fango e…fiumi di soldi nelle tasche di qualcuno.

  2. Aldo Torre ha detto:

    Si tutto vero ma prima con la Francescato con Pecoraro Scanio qualcosa si sentiva e si vedeva, articoli, interviste, manifestazioni anche violente, ora con Berlusconi si è parlato degli ambienti…delle sue case, ambientalisti svegliatevi Pirajno compresa

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