rivive la festa delle luci di Chanukkah

4 dicembre 2013 di: Rossella Caleca

Serendipity, ovvero l’arte di trovare quello che non si stava cercando: un incontro inaspettato può aprire nuovi mondi. E’ quello che mi è accaduto due sere fa, trovandomi a Palazzo Steri per un convegno: ho potuto assistere ad una cerimonia antichissima, l’accensione delle luci per la festa ebraica di Chanukkah. Un rito che a Palermo non si celebrava più, pubblicamente, da più di cinquecento anni: da quando, nel 1492, gli ebrei furono espulsi dalla Spagna e dai domini spagnoli, tra cui la Sicilia, per decreto dei cattolicissimi Ferdinando e Isabella. Tutte le fiorenti comunità ebraiche, di notevole importanza economica e culturale anche in Sicilia, furono distrutte; l’alternativa era semplice: andarsene, lasciando attività e beni, verso un futuro ignoto, o diventare cristiani. Moltissimi partirono, altri rimasero, essendosi formalmente convertiti, ma in realtà continuando a praticare in segreto la propria religione: tra loro, molti, scoperti dall’Inquisizione, furono condannati, in quanto “eretici giudaizzanti” alle pene più atroci, tra cui il rogo. E proprio nelle celle dello Steri, dove i prigionieri accusati di eresia lasciarono le loro drammatiche testimonianze, si sono riaccese le luci di Chanukkah, per iniziativa della piccola comunità ebraica palermitana e dell’Istituto siciliano di studi ebraici, e dell’Università di Palermo.

La cerimonia riecheggia un miracolo, avvenuto nel secondo secolo avanti Cristo, quando gli ebrei, dopo un conflitto che li aveva opposti ai greci della Siria, riconquistarono e riconsacrarono il Tempio di Gerusalemme; in quell’occasione, una sola ampolla di olio bastò ad accendere i lumi per otto giorni. La festa ricorda quindi la vittoria del popolo ebraico in una lotta intrapresa soprattutto per affermare e mantenere le proprie leggi; oggi diremmo, per salvaguardare la propria cultura. Per celebrarla, in ogni casa, all’imbrunire, per otto sere consecutive, viene aggiunta una luce in un candelabro che deve essere posto vicino a una finestra, in modo che da fuori si veda, come un messaggio rivolto a tutti.

Così, anch’io ho ascoltato, mentre le prime candele iniziavano a splendere nel grande candelabro, le antiche parole della preghiera rituale echeggiare tra le pareti coperte di graffiti, seguite da stupendi canti della tradizione ebraica sefardita: non mi sono sentita estranea, ma coinvolta, come se tutto appartenesse anche a me. E chissà quanti sono (o siamo) i siciliani che hanno (abbiamo), senza saperlo, un’ascendenza ebraica; in ogni caso, l’apporto degli ebrei di Sicilia ha contribuito a formare la nostra cultura, e in questo senso questo antico mondo vive e germoglia nel nostro presente.

4 commenti su questo articolo:

  1. Germana.P ha detto:

    Articolo suggestivo e interessante, spero che questo ripristino di una festa sia un miglioramento per la comunità ebraica e perchè no anche per la comunità ganese, mauriziana etc etc accogliamo usi e costumi di ognuno per fare più grande la nostra comunità!

  2. silvia ha detto:

    Vivo in un quartiere di Roma in cui da anni è presente un luogo di culto e cultura ebraico a pochi passi dalla chiesa parrocchiale. Da tempo si è instaurato un rapporto di buon vicinato e reciproco rispetto tanto che sia il rabbino che il parroco sono soliti scambiarsi gli auguri in occasione delle principali festività religiose. Inoltre, nella piazza prinicipale, in questi giorni è stato montato il grande candelabro della Chanukkah, in accordo con l’amministrazione comunale.

  3. Giuseppe ha detto:

    Ah, l’identità. Ne abbiamo un gran bisogno, e nessuna educazione. Così, spesso, non solo nei tragici episodi del passato ma anche tutti i giorni, intorno a noi, tanti definiscono la propria identità in negativo, in contrapposizione all’altro, al diverso, al nemico. All’ebreo, al nero, all’arabo, allo straniero, al milanista, al povero, al ricco, allo sfigato.
    Definire la propria identità in positivo, come risultato, più grande della somme delle sue parti, di evoluzione, fusione o contaminazione di culture, come accoglienza di tradizioni e storie che costituiscono la vera ricchezza; questo è ancora, purtroppo, un’eccezione riservata a chi trova il tempo le energie e la voglia di riflettere e comprendere,
    Ma anche l’unica strada per essere in grado di fare della società multiculturale un luogo di incontro e non di conflitto.

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