la scoperta di Pif della mafia d’estate

3 dicembre 2013 di: Rosanna Pirajno

Alla fine del film ho sentito salire dalla bocca dello stomaco un cicin di commozione e la voglia di applaudire. Scontratosi il mio timido tentativo con le mani insonorizzate da una fasciatura, ha provveduto il pubblico bello fitto in sala a tributare al palermitano Pif il riconoscimento dei palermitani che a suo tempo “avevano capito”. Parlo dell’opera prima di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, La mafia uccide solo d’estate, cui ho assistito in una sala gremita allo spettacolo domenicale delle sedici aspettandomi quello che puntualmente si è rivelato: la mano leggera e carezzevole e i sentimenti profondi con cui il giovane regista ha tratteggiato la storia della presa di coscienza di un bambino, cresciuto nel culto di Andreotti e della negazione dell’esistenza della mafia, che non per “questioni di fimmini” erano stati ammazzati i galantuomini che lui stesso aveva incontrato, ma proprio perché i mafiosi esistono e avvelenano la nostra vita.

Se cercava la formula giusta per farci sorridere e perfino ridere parodiando gli assassini autori delle tragedie civili che hanno segnato la nostra esistenza, e insieme riflettere su una società che si rifiuta di riconoscere la cruda realtà inventandosi persino placebo, come fa il padre del piccolo Arturo, sulla collocazione estiva degli omicidi mafiosi, bene, allora l’ex iena Pif c’è riuscito con ottimo stile. Per di più, uno stile soffuso della sensibilità civile acquisita dai giovani, come quelli di Addiopizzo, nati durante o addirittura dopo la stagione delle stragi.

Accompagnando per mano il bambino Arturo – disinvolto promettente Alex Bisconti e poi Pif medesimo da giovanotto – infatuato del Divo Giulio da cui succhia insegnamenti di vita messi in pratica perfino per conquistare l’amata Flora-Cristiana Capotondi, giocando sui toni di una ironia a tratti benevola a tratti feroce, il regista Diliberto-Pif traccia il percorso di formazione di una generazione di palermitani ignari mettendo in scena la perdita dell’innocenza di un adolescente, omicidio dopo omicidio fino al più crudele per lui che, visto crivellato di colpi mafiosi il generale Dalla Chiesa poco prima intervistato, realizza la fallibilità dell’andreottismo imperante e deliberante l’insussistenza della mafia in Sicilia.

Un film che vira in commedia sorniona un tema pesante come il rapporto irrisolto della nostra società con il fenomeno mafioso, è da portarci le scolaresche in massa, a vederlo, per poi commentare il tempo in cui, finalmente, si capisce tutto.

2 commenti su questo articolo:

  1. rita ha detto:

    Incredibile, ma vero: anche a Padova c’erano diversi spettatori in sala, per lo più giovani, che si sono divertiti e che spero abbiamo finalmente appreso/compreso che noi siciliani non siamo tutti mafiosi.
    Sono d’accordo con Rosanna che plaude al tocco felice del giovane regista, anche se il finale avrebbe potuto essere
    meno didascalico.

  2. serena e altre ha detto:

    Lo sapevate che questo film è stato girato quasi interamente all’educandato Maria Adelaide di corso calatafimi? Come sempre la nostra preside Francesca Traina è stata disponibile e noi abbiamo avuto il piacere di assistere a qualche scena del film e vedere trasformata la nostra scuola in un set cinematografico!!! Un’esperienza bellissima!!! yahoooooo!

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