storie di solitudine e squallore ai Parioli

9 novembre 2013 di: Silvia Romanese

Che l’adolescenza sia un’età difficile si sa. Si rompono gli equilibri, nascono i primi conflitti, tra genitori e figli i rapporti diventano tesi. Da sempre tutto questo ha fatto parte di un normale e sano processo di crescita. Chi non ha mai disobbedito a divieti ed eluso la sorveglianza degli adulti per fare le prime, personali esperienze fuori dal nucleo familiare di origine? Chi non ha fatto nella propria vita delle scelte, non sempre condivise ed a volte in aperto contrasto, che sono sfociate in atti di ribellione più o meno marcati e reciproche incomprensioni? Spesso il ruolo delle madri era quello di fare da mediatrici tra autorità paterna e istanze giovanili.

Ebbene, in questi giorni proprio di madri e figlie si parla in merito alla notizia, che riempie le pagine di cronaca nei giornali, di due studentesse liceali coinvolte in un giro di prostituzione “d’alto bordo” nell’elegante quartiere Parioli di Roma. Non è l’aspetto scandalistico che deve attirare l’attenzione, è necessario piuttosto fare una doverosa riflessione su questo caso che, purtroppo, non è il primo né l’ultimo. Due quindicenni che sempre più spesso passano la notte fuori di casa, rientrano all’alba, dispongono improvvisamente di grosse somme di denaro, indossano costosi capi d’abbigliamento firmato: uno stile di vita non proprio consono all’età di chi va ancora a scuola. Chi frequentano e con che “genere” di persone sono entrate in contatto? Segnali preoccupanti che non dovrebbero essere ignorati da parte di chi esercita la patria potestà nei confronti di queste minori.

Nel caleidoscopio di immagini relative alla vita notturna di Roma, nel film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino compare anche la limousine bianca con finestrini oscurati che non è raro incrociare per le vie del centro. Accade a volte che se ne vedano scendere delle ragazzine e non è moralismo dire che né il loro trucco né l’abbigliamento si addice alla loro età. Come bambine che abbiano indossato per gioco i vestiti della mamma, il contrasto è ancora più evidente. Una psicologa, intervistata in merito a quest’ultimo caso di adescamento e sfruttamento minorile, ha affermato che a volte nel desiderio di voler bruciare le tappe, le adolescenti bruciano ogni loro futura possibilità di “vera” crescita equilibrata e consapevole.

E le madri? Pare che una delle due si sia giustificata affermando che credeva la figlia “semplicemente” spacciasse cocaina… come se la cosa in sé fosse normale e meno grave.  Assenti in questa storia i rispettivi padri, da sempre principale figura maschile di riferimento, sostituiti dalle squallide figure del “protettore” e dei “clienti” che di due ragazzine si sono approfittati nel più ignobile dei modi.

Due donne adulte sole (le madri), probabilmente disorientate tanto se non di più delle loro stesse figlie, due diverse solitudini affettive, due mondi che probabilmente non riuscivano a comunicare più da chissà quanto tempo, un vuoto terribile fatto di desolazione, tristezza e squallore… una drammatica storia familiare al femminile.

5 commenti su questo articolo:

  1. gemma ha detto:

    Ogni generazione è in conflitto con quella precedente ma i ruoli restano gli stessi. Certamente la famiglia di oggi non somiglia più a quelle stereotipate delle pubblicità più melense. Quello dei genitori è un ruolo che si impara strada facendo, ricordando ciò che si è appreso con la propria esperienza e facendosi delle domande rispetto alla realtà che si vive, certamente diversa rispetto a quella che si è vissuta. Figli si resta tutta la vita, nostro malgrado, ma genitori si diventa, si spera, per scelta. Pertanto è doveroso aiutare i propri figli nella crescita, affrontare le loro paure, condividere esperienze, comunicare guardandosi negli occhi e con il desiderio di migliorarsi reciprocamente.

  2. silvia ha detto:

    Negli anni ’70 ho frequentato lo stesso liceo di una delle due ragazze e mi ricordo che diverse mie compagne di classe indossavano quasi esclusivamente foulard di Gucci, camicie Cacharel e borse Fendi (tanto per fare alcuni esempi) in coordinati che non ammettevano altre declinazioni cromatiche che non fossero rigorosamente il blu, grigio e bordeaux. Erano però anche gli anni post contestazione e quindi c’erano altre ragazze che, al contrario, preferivano indossare piuttosto grossi maglioni di lana o larghe camicie di flanella a quadri. A differenza di allora, in cui c’era anche un vivace confronto di idee, oggi mi sembra che “l’apparire”, svuotato di contenuti (ideali o politici) sia l’unica cosa che conta e che resta e per avere quegli oggetti che “fanno” la persona si può arrivare a qualsiasi compromesso in un’illusione di riscatto sociale….turpe e indegno è chi ne approffitta.

  3. marco e giuliano ha detto:

    secondo noi il rapporto madre-figlia in questo caso è sicuramente un rapporto marcio e di sfruttamento per non parlare poi di dove era il padre !! questo sottolinea il distacco che c’è stato tra loro sotto tutti i punti di vista e questa è una cosa che è purtroppo molto frequente al giorno d’oggi ! ci sarebbe bisogno di un cambiamento importante da questo punto di vista… queste problematiche provengono da mancanze di affetto e di interesse dei genitori per i propri figli; non è infatti un caso che una delle due madri addirittura appoggiava e spingeva la figlia alla prostituzione. come si può sentire una figlia che viene sfruttata dalla propria madre? abbandonata. perduta in mezzo al mare. la propria madre è come la terra dove camminiamo…

  4. Piera ha detto:

    La cosa che mi ha colpito di più in tutta questa faccenda è la frase della madre consenziente la quale dice ” credevo che avesse tanti soldi perchè spacciava cocaina” dunque la droga viene assolta?

  5. Ornella Papitto ha detto:

    Sono stupita da tanto clamore: il corpo considerato come il mezzo, lo strumento, per raggiungere i propri obiettivi di benessere economico… mi spiace dirlo, ma è da sempre così, anche dai lontani anni 60. Ricordo madri senza scrupoli e figlie consenzienti, anzi, sostenute nelle loro scelte, così che si sentivano autorizzate a far fruttare il corpo giovane. L’alibi poteva essere la povertà.
    Di nuovo c’è che sono trascorsi 40, 50 anni di storia, ma a questo non è corrisposto un miglioramento: ancora molte donne, spesso giovanissime, antepongono alla dignità personale, la ‘riuscita sociale. L’alibi è il sentirsi migliori delle altre, più esperte e benestanti, ossia superiori alle altre…. Apriamo questo capitolo?

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