se giovinezza è parola a vuoto

4 novembre 2013 di: Fortunata Pace

«Che brutta cosa la vecchiaia!» Molto spesso si dice che la si abbia già addosso o la si veda sugli altri. E come non essere d’accordo. Brutta si! quando si accanisce con pesanti segni sul tuo corpo, brutta perché insidia il bello della vita che invece ti prende ancora per mano, crudele, per quanti altri che minori di anni, o forse d’altro, ti darebbero volentieri uno spintone. Il perché lo sai. Magari occupi uno spazio che si ritiene non ti spetti più, oppure perché ragionevolmente rifiuti che il tuo sia diventato “un paese per vecchi”.

E allora? Ripristino di una sorta di rupe Tarpea considerandoli, i vecchi, non come nati storpi ma come storpi divenuti? Non proprio, perché vecchi sono i nonni, gli amati zii, le tate e le madrine e persino la signora del primo piano disposta ad offrirti una birra o ad aiutarti in latino. Tu sei giovane come lo fu tuo padre, persino tuo nonno o il tuo prozio ma è che, a tuo danno, e ancora non può esserti chiaro, si sono equivocamente impadroniti della parolina. Quale? Proprio quella: “giovane”. Probabilmente è sempre esistita, forse usata ma mai come da un paio di decenni così tanto strumentalizzata.

Il giovane fa ormai irrimediabilmente parte di una categoria di cui non si segnano con chiarezza i termini di accesso o di uscita. Si tratta di una categoria di riferimento per politici docenti convegnisti, che tuttavia finisce col divenire senza colpa autoreferenziale. Ha un suo linguaggio, una sua piattaforma, un suo “ai-fon” soprattutto ed ha imparato a capire chi sono gli altri. Solo che presto si dovrà mescolare a loro e abbandonare, per ragioni di calendario, la sua categoria. Sia che gli abbiano dato prospettive di lavoro, o nulla. Chi doveva dargliele? Gli altri, tra cui stanno quelli che governano, che sono responsabili. Ci prendiamo un’altra parola? I grandi, gli adulti, che globalmente non sono una categoria. Ma sono più giovani dei vecchi seppur molto meno giovani dei giovani. Sono quelli che in definitiva però stanno più attenti al calendario di chi li precede, vantando quel paio di decenni o magari meno che ritengono li metta al riparo. Da che? Dal tempo? Speriamo ce ne sia anche per loro o saremmo costretti a dolercene. I vecchi un pensierino al rapporto con la vita o con la storia, se hanno un pizzico di cervello lo sanno fare, i giovani lottando per garantirsi un futuro dovranno farlo; gli altri che proprio dovrebbero, non perdano il loro di tempo spiando la loro carta d’identità, la bravura di un chirurgo estetico o l’efficacia delle cure ormonali. E, per favore, non si ritrovino a cantare “Giovinezza giovinezza”. Piaceva molto al Duce, no?

2 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Cara Fortunata, piuttosto che l’inno di fascista memoria preferisco allora ricordare le parole di Lorenzo il Magnifico: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza”. Risuonano stranamente attuali, ma come coniugare oggi la precarietà di vita e l’incertezza del domani con un atteggiamento lieto e spensierato?

  2. Silvana ha detto:

    E un’articolo in cui il modo di affrontare, e recepire vecchiaia e giovinezze è molto ben descritto

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