il racconto del mese: un desiderio atroce

20 ottobre 2013 di: Cinzia Collura

Desidero che muoia qualcuno.

Non sono un killer, non ho mai anelato a qualcosa di simile.

Eppure da un anno a questa parte aspetto che qualcuno muoia.

Un qualcuno con dei requisiti particolari. Non uno qualunque.

Lo penso di continuo e mi sento un mostro.

Tutta la mia vita viene scandita da questo desiderio vitale.

La mattina apro gli occhi e già mentre bevo il caffè penso a come potrà morire. Se ci sarà gioia nei suoi occhi in quel momento, o sorpresa o paura.

Salgo in auto ascolto musica posteggio vado al lavoro.

Sono un falco: arriverà quel momento e io ci piomberò di sopra.

Discuto con i colleghi, mi rivolgo alla clientela, vendere automobili oggi non è facile come una volta: incentivi, crisi, troppi modelli, tantissima concorrenza straniera.

Alice lavora con noi da pochi giorni, mi guarda con desiderio, le piaccio, vorrebbe fossi io a fare la prima mossa.

Io non faccio alcuna mossa, aspetto.

Ma non lei.

Torno a casa alle sette circa del pomeriggio, il mio desiderio è vigile, non si è sedato a nessuna ora della giornata.

Metto a posto la giacca nell’armadio, gioco quanto è giusto con mio figlio Matteo, esco in strada, porto a spasso Fido, il mio cane dal nome classico scontato ma autentico nella sua etimologia.

Lui mi passeggia vicino, raggiunge gli alberi che trova più gradevoli, urina con gusto, per lui quella è una fase topica della giornata, non solo un bisogno fisico.

Torno a casa e ceno con Anna, la donna che amo, la donna che mi ha portato a desiderare la morte di un altro.

Sulla tavola tra le pietanze e l’olio e il sale, vedo l’incidente che agogno, sento addirittura le sirene.

Verrà quel giorno in cui squillerà il telefono, un fegato viaggerà veloce su un elicottero e la morte di un altro porterà di nuovo la vita in questa casa.

4 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Cara Cinzia, il tuo racconto dalla fine per nulla prevedibile mi ha fatto venire i brividi! Scarno ed essenziale, come deve essere, per la delicatezza del tema a cui appena allude: quello del male che colpisce chi più amiamo. Lo trovo bellissimo.

  2. gemma ha detto:

    un desiderio lecito ma terribile: la possibilità di continuare a vivere è legata all’uscita di scena di un’altra vita
    un racconto che fa riflettere e che ci riporta alla mente la generosità di persone come Marta Russo

  3. Ornella Papitto ha detto:

    Ho avuto una cognata carissima che è morta per una grave malattia. Sapevamo che la sua vita era legata alla morte di un’altra persona. Il pensiero di perderla era atroce ma altrettantro atroce era pensare la morte di un altro. Non mi ritrovo.

  4. silvia ha detto:

    Ornella, capisco e rispetto il tuo punto di vista. Quand’ero ragazza pensavo fosse giusto aderire all’AIDO (associazione italiana donatori organi). Parlo di circa 35 anni fa ed allora l’opinione pubblica era ancora poco sensibilizzata al tema “trapianto” ed al fatto che ciò implica necessariamente l’esistenza di una coppia donatore/ricevente. Non so se tutti ricordano la storia di Marta Russo, la studentessa nominata da Gemma. Frequentava l’Università a Roma quando venne uccisa, proprio alla Sapienza, da un proiettile sparato da una finestra, era il 1997. Una morte assurda, come quella di tanti ragazzi coinvolti in incidenti della strada. Se spostiamo la prospettiva dall’altro punto di vista possiamo allora chiederci: piangere impotenti il proprio dolore o trasformarlo in un atto di coraggioso altruismo civile? Se niente mai potrà restituire la persona che abbiamo perso, almeno qualcosa di essa potrebbe continuare a vivere e palpitare nel corpo di un altro.

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