Sguardo Occidentale

21 settembre 2013 di: Stefania Savoia

Durante il mio viaggio di questa estate in Giappone, uno dei miei passatempi preferiti è stato osservare. Osservare questo mondo tanto diverso, i visi, i gesti, i colori, la natura. Molte cose mi sono apparse come viste per la prima volta.

Il mio sguardo da occidentale mi ha portato spesso a sentirmi confusa, in un paese così diverso ma allo stesso tempo alla ricerca di un legame con l’occidente di cui imita e sembra invidiare le architetture e le mode e che vuole, tramite il progresso tecnologico superare.

Il Giappone è un paese complicato, non facile da leggere per chi non ne ha conoscenza e che a volte non permette, al viaggiatore occasionale (o meglio al turista), di comprenderlo fino in fondo. Quasi come la sua complessa scrittura, si lascia comprendere da pochi.

Un paese in cui, nel 1876, arrivò un siciliano: Vincenzo Ragusa come maestro di arte occidentale in quel paese che voleva adeguarsi alle tendenze europee.

Chissà come doveva essere il Giappone in quegli anni e come lo sguardo di Ragusa lo conobbe e quanto stupore, ben superiore al mio da giovane globalizzata, provò in quell’occasione.

Arrivò e incontrò O’Tama, una giovane ed elegante pittrice, che per amore lo seguì e con lui visse e lavorò a lungo in Sicilia. Una Sicilia che chissà quale stupore provocò nella giovane donna giapponese, abituata a un mondo così diametralmente opposto.

Questa storia mi è stata raccontata, con molta più dovizia di particolari e con la descrizione delle opere di entrambi gli artisti, molti anni fa da una bravissima professoressa di Storia dell’Arte al liceo, Maria Antonietta Spadaro, che da tempo si occupa di O’Tama e di Ragusa e della loro storia d’amore e di arte tra Sicilia e Giappone. Storia che mi affascinò in quei tempi e che mi continua ad affascinare tuttora. Il mio stupore grande, forse perché a volte non ricordiamo quanto è stata splendente Palermo in un tempo non troppo lontano, è stato ritrovare una statua di Ragusa nel Museo Nazionale di Tokyo.Un momento di vero straniamento, dopo aver visitato sale e sale di Kimono, armature di Samurai e meravigliosi dipinti su carta di riso, vedere quel viso di donna giapponese scolpito in stile occidentale in un luogo tanto lontano.

E’stato bello, sapere che cosa significava quell’opera in quel museo ed è stato bello ricordare quanto l’arte sia stata l’artefice di un incontro tra due popoli, a quel tempo irrimediabilmente distanti. Sarà per questo che, pochi giorni fa, durante la settimana delle culture di Palermo non mi sono persa il film realizzato sull’artista giapponese di Gianni Gebbia dal titolo “O’Tama Monogatari”, realizzato anche in collaborazione con la Professoressa Spadaro.

La storia di questi due artisti mi ha mostrato una via da seguire, il percorso del mio sguardo occidentale si è fatto più aperto e ho capito quanto il loro modo di imparare e creare a partire da entrambe le culture senza mettere un confine netto tra le due, fosse la via per continuare il mio viaggio.

1 commento su questo articolo:

  1. Rosanna Pirajno ha detto:

    Bello avere ricordato questi personaggi di una Palermo colta e cosmopolita, e bello averli incontrati nella patria di lei.

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