il dono e la gratitudine, “Tam tam” di Vita Cosentino

11 settembre 2013 di: Maria Concetta Sala

Si può giungere al racconto della propria vita quotidiana sotto la spinta di un’inquietudine oppure perché lo impone un’ispirazione che detta dentro, oppure a causa dell’ingorgo delle emozioni e del groviglio dei fili dell’esistenza, per tutte queste ragioni insieme e per molte altre ancora… lo si fa comunque e quasi sempre perché incalza una necessità. È raro che tale necessità sia determinata dalla volontà e dal desiderio di offrire «un segno tangibile e duraturo della [propria] gratitudine» alle amiche e al marito, come dichiara Vita Cosentino alla fine del suo Tam tam (pubblicato con una nota di Luisa Muraro dalle Edizioni Nottetempo).

L’autrice di questo piccolo libro della gratitudine è una donna consapevole di essere donna, una ex insegnante che non solo ha innescato il movimento dell’autoriforma della scuola coniugando pedagogia della differenza e pratica politica e si è profusa nell’organizzazione di convegni e manifestazioni sulle realtà scolastiche italiane, ma ha anche scritto testi e curato raccolte che ancora oggi offrono a chi lavora nella scuola uno sguardo differente – ad esempio, il volume collettaneo Lingua bene comune (2006) e, con Maria Cristina Mecenero, Daniela Ughetta e Mauela Vigorita, il film “L’amore che non scordo. Quattro storie di maestre e di un maestro” (2008). Su “Via Dogana”, la rivista della Libreria delle donne di Milano, continua a tenere una rubrica intitolata “E in risposta i due punti”, un verso della poetessa polacca Wisława Szymborska che ai punti interrogativi della poesia come a quelli della vita risponde con un segno di interpunzione assunto non nella sua funzione esplicativa ma come pausa e apertura ad altro.

L’immagine dei due punti mi accompagna nella lettura del libro di Vita Cosentino, che è e non è autobiografia, che è e non è diario, che è e non è cronaca: il suo racconto in terza persona tenta di restituire un’esperienza del corpo e dell’anima della protagonista, esperienza avviatasi con «una lieve fitta alla schiena», sintomo di una malattia invalidante che le cambierà la vita e che insinuerà nel suo intimo l’ansia che quell’oscuro male possa colpirla ancora. Capita una disgrazia, il corpo non risponde più ai comandi: ci si può rassegnare o rimandare al futuro la vita; Vita Cosentino sceglie, anzi decide di vivere la vita «con tutto il godimento che [le] era possibile in quella situazione».

La protagonista del suo Tam tam racconta lo shock della violenta interruzione, la fatica della riabilitazione, il ritorno a casa segnato dallo spavento e poi dall’ascolto del corpo che le permette di conseguire piccoli miglioramenti «lentissimi ma inarrestabili», la ricerca di un buon centro per continuare la fisioterapia, l’impresa di accogliere un micio, il pellegrinaggio alla ricerca di cure alternative, il travaglio per riuscire ad accettare l’assunzione di un farmaco antidolorifico… La narrazione della via crucis scorre parallelamente al racconto della presenza preziosa del marito e delle amiche, che fin dall’inizio offrono quel sostegno umano che è la vera ricchezza di cui possiamo sempre disporre, purché donato liberamente e generosamente.

Questo piccolo libro risponde al dono con la gratitudine, sia l’uno che l’altra fondati su relazioni radicate in una pratica segnata dall’umano, non per chiudere con un punto fermo il racconto dell’esperienza, ma, a mio avviso, per fermarsi sulla sponda dei due punti e da lì permettere a chi legge di avvistare un territorio nel quale malattia e salute coesistono e di esperire per empatia che ogni inizio non è altro che un seguito, sia in poesia che nella vita, come suggerisce l’amata Szymborska.

Attraverso una scrittura fortemente tesa a trattenere ogni minimo cedimento, eppure dal respiro sintattico leggero, Tam tam registra il miracolo di un’invenzione, quella che la filosofa Luisa Muraro coglie con acume nella chiusa della sua nota: «La donna che racconta, e con il racconto si aiuta, inventa un’arte di vivere di cui non ho mai letto: lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale a dire per creare una continuità nella tremenda discontinuità del danno patito. […] Per trovare un corrispondente di quest’arte, si pensi alle città nate nel Medioevo […] un insieme ammirevole ispirato dall’accettazione della contingenza del nostro vivere e dal gusto della convivenza degli esseri umani».

2 commenti su questo articolo:

  1. rosamaria ha detto:

    Di libri che raccontano di un percorso di malattia sono tanti, forse troppo eppure in questo libro c’è una freschezza ne raccontare ed una sapienza nel citare filosofe come la Muraro che definiscono interessante un’articolo che poteva apparire scontato

  2. Elena ha detto:

    Si è vero molte donne sentono il bisogno di parlare di una loro malattia superata, questo libro ha però il titolo molto intrigante perchè è vero noi donne abbiamo una sorta di tam tam, di passaparola con cui riusciamo ad aiutarci ad avere una mano tesa a cui attaccarsi.

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