nel giorno di Libero Grassi

29 agosto 2013 di: Fortunata Pace

Viene proprio voglia, o meglio, si avverte la necessità di inviare una letterina alla figlia di Totò Riina dopo la sua già ampiamente diffusa intervista, rilasciata ad un giornale di Ginevra – e in Svizzera proprio la signora dichiara, guarda caso, la scelta di volersi trasferire – intervista nella quale proclama a tutta voce il suo grande amore e la sua grande ammirazione per il padre.

Gentile Signora, anche se, ci perdoni, non particolare gentilezza dimostra verso le vittime di mafia, cui si trova a dover fare riferimento, premettiamo subito ove ve ne fosse bisogno che non può sorprendere l’amore che lei nutre per il suo genitore. Abitualmente capita e il contrario, anzi, scandalizza o sorprende.

Ami pure e soccorra ove necessario il suo papà ormai carico d’anni, ma provi a riesaminare le ragioni della sua ammirazione che tanto ci feriscono e ci preoccupano. Davvero suscitano ammirazione, in una giovane signora dagli occhi verdi che ha mandato i figli a scuola ed ha imparato per tempo una necessaria alfabetizzazione, la violenza, il sangue, gli agguati, le lotte di potere, gli attacchi mortali ai servitori dello Stato che tentavano di opporsi al pauroso illecito che gettava nell’orrore la nostra terra?

Ammira “il capo dei capi” e così vuole considerarlo, non più da figlia ma da cittadina come altri, protetta e incensurata e cresciuta al riparo di un denaro che nessun uomo onesto vorrebbe avere, o vorrebbe trasferire in Svizzera?

Signora, lei ci spaventa molto più di suo padre che forse ha chiuso ormai il cerchio di una vita di sanguinario potere, perché lei appartiene ad una generazione più giovane che dovrebbe proporre di attuare un riscatto e che, ad un padre tanto ”amato” dovrebbe, forse non facendogli torto ma soprattutto non facendolo a tante vittime, voltare palesemente le spalle. Da lei e da quelli come lei deriva oggi il pericolo maggiore: dai portatori sani (diciamo sani perché col suffragio di indegni patrimoni dei quali disporre, non è più necessario fare cosca mafiosa) di una mentalità distorta e inficiante, nemica dei diritti e della democrazia. Da suo padre una società civile ha lottato per difendersi. Nei suoi confronti non abbiamo difesa alcuna. Se non quella di insegnare ai nostri figli di amare, forse, ma mai di ammirare genitori con carichi di coscienza anche assai minori di quelli che può contare suo padre. Ci rifletta. Non foss’altro in nome di quel Dio di cui sua madre ha voluto indicarle l’esistenza però escludendo, a quel che pare, qualsiasi riferimento evangelico a pietà, pentimento, perdono o riscatto.

5 commenti su questo articolo:

  1. Luisa ha detto:

    Brava Fortunata Pace, brava, è necessario a persone ben vestite ben truccate ma non ben cresciute nè ben pensanti andarci contro distruggerle!

  2. Silvana ha detto:

    L’articolo è efficace e centra il concetto nascosto di Lucia che è uguale a quello del padre…. padroneggiare. Anni fa circa 18 quando la famiglia Riina tornò a Corleone la primogenita di cotanto padre si propose come capo classe e fu eletta. Ci fu il oro dei buonisti che dicevano è giusto le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, io scrissi un’articolo dal titolo sarebbe stato sufficiente per la ragazza prendere un dieci e lode. Se i figli del capo mafia avessero voluto riscattare il loro cognome avrebbero dovuto impegnarsi al meglio nelle loro attività e ricordarsi che famigerato non vuol dire famoso

  3. anna ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo con quanto scritto nell’articolo. Amare i propri genitori è naturale, sentirsi onorati di portare un certo cognome è altra cosa. Trovo vergognoso che la tv svizzera inviti certe persone che sarebbe bene tacessero e stessero in disparte.

  4. Aldo Torre ha detto:

    Ottimo l’articolo, ottimi i commenti.

  5. Ornella Papitto ha detto:

    …. Una sua frase: “Corrisponde alla mia identità” in riferimento al suo cognome, Riina. Ha detto semplicemente il vero. Avete notato la sua mimica facciale? Sempre con la bocca all’in giù. Come come una di passaggio, davanti ad un’ecatombe, che afferma: “Perché… che male c’è?”… Quegli occhi verdi, opachi anche se grandi, non lo vedono il male che ha compiuto suo padre, perché quel male corrisponde alla sua identità.
    Nessuna comprensione per gli assassini e per chi li difende, anche se figli, identici. Che se la tenessero i civili svizzeri! Noi, italiani civili, ne facciamo volentieri a meno.

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