le parole sono pietre, e fanno male

30 luglio 2013 di: Simona Mafai

La parola “bastardo” dovrebbe essere stata abolita da un pezzo, sepolta tra le tante orride anticaglie di una cultura e di un senso comune, che per fortuna non esistono più. Invece talvolta ritorna, e nel senso più negativo e spregevole. La vedo oggi, scritta a caratteri cubitali, in una pubblicità “progresso”, nell’ambito di una lodevole campagna contro la violenza sulle donne, firmata da una casa di produzione di abbigliamento femminile. Ma chi ha ideato tale pubblicità, conosce il significato letterale della parola “bastardo”? Figlio riconosciuti, e quindi – per derivazione del peggiore senso comune – escluso, arrabbiato, pieno di rancore, disposto alle azioni peggiori: furto, stupro, assassinio. Non è quindi inutile ricordare che molti cosiddetti “figli illegittimi” (bastardi?) dei secoli passati sono diventati cittadini e lavoratori esemplari, e che solo poche settimane fa è stata definitivamente cancellata dal Parlamento italiano ogni distinzione tra figli nati dentro o fuori dal matrimonio, anche ai fini ereditari, ecc. Non sarebbe dunque ora di mandare definitivamente al macero, ad ogni livello linguistico, questa parola – con il carico di razzismo, disprezzo ed anche sofferenza che essa comporta?

2 commenti su questo articolo:

  1. Ilda Terminato ha detto:

    ottimo spunto per ridimensionare vocabolario e mentalità.

  2. Ornella Papitto ha detto:

    Cara Simona, conosci il mio amore per le parole, tutte. La tua analisi è perfetta ma non sono d’accordo con l’abolizione di questa parola, da me ben conosciuta. Voglio stravolgere il concetto: bastardo non è chi non viene riconosciuto da un genitore disinteressato ed egoista, bastarda è quella persona che non riconosce il figlio/a che ha sparato nel mondo.
    Ho dato, da sempre, solo questo significato a questa parola bastarda.

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