il racconto del mese: Io e Pan

15 luglio 2013 di: Rossella Caleca

Non avrei mai creduto che avremmo finito per litigare, un attimo fa stavamo tutti guardando giù, ammutoliti dalla bellezza. Il mare, in basso, scintillava, sembrava vicinissimo, a lambire il pendìo smagliante di verde, inondato dal sole. E’ qui, a metà strada dalla vetta, che il percorso si fa più difficile, più ripido. E qui scopro di non riuscire più a salire. E’ come se i miei piedi rifiutassero di ubbidirmi, non trovano gli appoggi, scivolano, si incastrano tra le pietre. Non posso crederci. Mi lamento con gli altri, che sembrano più abili di me. Dovevate avvertirmi, dico, che era una scalata, loro protestano, si può fare, ribattono, io insisto, è difficile, aspettatemi, e tu, proprio tu, dici che più avanti bisognerà arrampicarsi per un tratto con l’aiuto di una corda, è meglio che lasci stare, che aspetti lì. Ma io volevo, dovevo salire…

La rabbia mi soffoca, ma mi rassegno. Ti offri di restare con me, io rifiuto, ti spingo ad andare con gli altri. Non ho bisogno di aiuto. Aspetterò. Mi siedo su un masso piatto, mentre guardo tutti riprendere l’ascesa. Mi fa male la gola, sarà perché ho urlato. Salgo a balzi di pietra in pietra, balzi doppi di zampe appaiate, l’aria vibrante nel calore dell’ora mi nasconde. Mi sanno tutte le vite che crescono, che strisciano e ronzano intorno, fanno parte di me e io di loro. Vite librate in un precario presente, abbandonate al sole, ai flutti dell’aria, senza controllo: quel che tu, sopra tutto, disdegni. Questo paesaggio ti è estraneo più degli abissi, del vuoto siderale, la brezza ti minaccia come un uragano. Perciò mi avrai, perciò ti avrò, tra poco.

E’ improvviso. La gola mi si chiude come se qualcuno la stesse stringendo, il cuore comincia a battermi furiosamente, l’aria diventa più spessa, opalina. Vedo confusamente la tua sagoma – l’ultima a salire – e tento di urlare il tuo nome, viene fuori un sussurro che non senti, non puoi sentire, poi il sussurro muore, resto senza voce. Ora vedo solo una nebbia biancastra e il terrore mi esplode dentro, un terrore indicibile. Cado all’indietro, la testa oltre il masso, affondata nell’erba. Non riesco a muovermi, il cuore sembra voglia fuggirmi dal petto, dall’orrore che ho dentro, dall’orrore che sono diventata, un peso immenso mi schiaccia lo sterno, una tenaglia stringe i polmoni, non respiro. Sento che non respirerò mai più. Un tempo mi credevano un dio, e avevano ragione. Poi mi hanno creduto un demone, e avevano ragione anche quelli. Tu queste cose le sai, ma sapere non basta. Sul tuo petto, mi giro a guardarti. Hai la testa rovesciata indietro, fusa con l’erba, pietra silente tra le altre. Finalmente.

Il tuo cuore impazza sotto di me, tocca i suoi limiti e rimbalza. E il tuo ventre straripato ti circonda come un latte oscuro, la sua insurrezione è ciò che ti atterrisce. Continuo il mio lavoro, affondo le dita e tiro su. Sto morendo, ne sono certa, forse sono già morta – muoio, l’unico pensiero cosciente, pervadente, onnipotente. Il terrore mi ricopre come un lenzuolo di neve, un biancore vuoto, ma non freddo – non c’è più il freddo, il caldo, il buio, la luce, tutto è indistinto. Ma il cuore che batte lo sento, rombante, fortissimo…e di colpo si ferma. Un attimo, due, tre…riprende. Lento, più lento, quasi calmo. Riesco ad aprire le labbra, soffio piano. Faccio piccoli respiri. Non sembra possibile…

Il peso che mi opprimeva il petto si scioglie rapido, come è arrivato se ne va. L’aria torna trasparente, come quando la brina sul vetro si dissolve. Non riesco a credere che sia finita, davvero. Raccogli intorno a te i pezzi della tua perfezione. Credi che saprai rimontarli, le api e le formiche ti dicono di no. Non sono dalla tua parte le creature leggere con cui hai condiviso l’erba e che ora guardi, di nuovo, dall’alto. Da molto più in basso, dal luccichio del mare ti vedo aprire la bocca, aspirare con forza l’aria fine dell’ora non più meridiana. Vuoi che tutto sia presto lontano, un fagotto trascurabile in un angolo cieco della tua memoria. Ma, come saprai, io sono plurale.

6 commenti su questo articolo:

  1. Irene.p ha detto:

    E’ un bel racconto di buone effetto visivo, come scelta mensile è OTTIMO anche estivo, brave Rosanna e Silvana

  2. Elisa Larosa ha detto:

    Chi non ha mai avuto una crisi di panico, chi non l’ha avuta in un giorno assolato in Sicilia è come la sindrome di Sthendal la bellezza troppo forte offende i sensi dopo averli eccitati.Azzurro del mare, il cielo e le montagne, si può goderne ma anche soffrirne per troppa meraviglia, complimenti Caleca.

  3. Ester Colli ha detto:

    In questa strana estate fatta di sole e temporale questo racconto mi ha tenuto compagnia, sono una vostra abitudinaria lettrice: adesso le poesie!

  4. Paolo.R.Russo ha detto:

    Vi ho fatto degli appunti per il primo racconto questo è buono e adatto ad un giorno di Luglio, dunque ottima scelta e un “bravo” che non è una firma nuova.

  5. Daniela ha detto:

    Racconto bellissimo! Brava Rossella, spero continuerai a deliziarci con altri racconti!

  6. nuccia cammara ha detto:

    grande Rossella!!!

Commenta questo articolo:







*
AdvertisementAdvertisementAdvertisementAdvertisement