una citt

9 giugno 2013 di: Rosanna Pirajno

Alla fine ha gettato la spugna. Ha lasciato tutto in ordine, le vetrine allestite di tutto punto con i begli oggetti allegri e colorati disposti su un tavolo addobbato come per un pranzo sciccoso, sopra tovaglie bianche ricamate che furono portate in dote dalla zia, o sul piano basso della vetrina, disposizioni discrete curate allettanti che invogliavano a rinnovare le dotazioni casalinghe di piatti ciotole bicchieri coppe vasi bottiglie, in vetro porcellana ceramica o materia plastica raffinata. E’ ancora tutto lì, dietro le grandi vetrate senza saracinesche di stanze silenziose, soltanto la porticina del retrobottega socchiusa lascia intendere che lì dentro, dentro il negozio di Piatti e Bicchieri del gentile signore che salutavo tutte le mattine andando in edicola, non c’è più nessuno. Nessuno che apra il negozio, che spolveri gli oggetti, che richiuda la porta del retrobottega rimasta accostata, nessuno, perché quel cortese venditore sorridente non ce l’ha fatta più. Troppe spese e clienti pochi, la crisi le banche gli ordini, tutta una vita finita in fumo.

Questo ennesimo negozio che chiude i battenti, in una zona residenziale borghese medio alta, lo eleggo a simbolo di tutto ciò che giorno dopo giorno ha ingoiato il buco nero della crisi: i giovani che avevano rilevato la vecchia bottega di tappezziere, le ragazze che avevano aperto la rivendita di alimenti biologici, la merciaia, l’ebanista, la drogheria, il negozio di mobili e arredi, la cartoleria … perdo il conto di quante saracinesche abbassate in pochi mesi, solo nella mia zona. E penso alle difficoltà, ai mille problemi di una famiglia senza più reddito, allo sconforto di non trovare altra occupazione, alle rinunce, alla disperazione, alla rabbia, alle malattie, alle ingiustizie di una società senza più etica né piétas. Penso anche alla città che si spegne, ai saperi che si perdono, agli artigiani che non hanno a chi insegnare i propri, preziosi mestieri, a noi che ci impoveriamo di valori, di sentimenti, di piaceri minuti, il saluto mattutino, il sorriso, lo scambio frettoloso di battute con il bottegaio, l’edicolante, l’artigiano, il benzinaio, il fioraio … mentre acquisti la merce che ti serve, ogni giorno, nel quartiere dove vive la comunità di persone di cui fai parte. E alcuni, una mattina non li trovi più. Mi sento smarrita, in questa città di fantasmi.

1 commento su questo articolo:

  1. lisina ha detto:

    Si, chiudono negozi belli ed eleganti ma aprono supermercati uno di fronte l’altro che si fanno la lotta per qualche euro in meno per poi finire per cedere l’esercizio che si faranno a sua volta la lotta… etc etc .

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