impossibile chiamarlo Camposanto

14 maggio 2013 di: Roberta Giacalone

Finalmente, dopo un mese dalla scomparsa di mamma, ci chiamano le onoranze funebri per comunicarci che avrebbero cremato la salma: ore 11 al cimitero dei “Rotoli” (chiamarlo Campo Santo mi riesce ancora difficile). Arriviamo con dieci minuti di anticipo, ed entriamo al “deposito”, il nome colpisce come un pugno allo stomaco. Accatastate, come scatole di scarpe, le bare di chi ha l’infausta sorte di rimanere in attesa anche da morto. Mi faccio forte pensando che mamma non è più li dentro, è già volata via come uno di quei soggetti dei quadri di Chagall che tanto amava. Mio fratello cerca ansiosamente tra le bare, non riesce a trovare quella di mamma, nessuno sa indicarla, ci sentiamo persi e avviliti al pensiero della reazione di mio padre, lo troverebbe inconcepibile. Non si può fare questo a chi sopravvive, né a noi che dobbiamo, fiduciosi, controllare tutte le bare …niente. Arriva l’incaricato delle pompe funebri, e ancora la bara non si trova. Arriva un impiegato e si impegna a cercare fra tutte le bare, uno che se ne intende, perché, “per fortuna” la trova. -“C’erano troppi fiori, la targhetta con il nome era coperta”- (colpa nostra ?). Quindi, ci dicono di entrare con la macchina per caricare mamma sul furgone diretto al forno, per un attimo temiamo che il furgone sia quello dei rifiuti che sosta in bella mostra davanti al ‘deposito’. Partiamo per raggiungere la parte più alta del cimitero, tra macchine in doppia e terza fila, clacson e camion di operai. Tanto per tenere occupata la mente, mi fisso sul pensiero che sarebbe più decoroso fargli usare una divisa, visto la “sacralità” del luogo.

Arriviamo al forno crematorio, un fumo bianco esce dalla canna fumaria, ripeto il mio mantra: mamma non c’è, è già andata via. Entriamo in una stanza attigua alla bocca della fornace, l’unico decoro alle pareti è la scritta wc. Alla porta dei servizi una tenda impolverata, non voglio pensare che sia “quella” fuliggine. Tre sedie sgangherate e poco distante, in terra, due secchi con i rispettivi moci neri…non voglio pensare che sia per lavare “quella” fuliggine. Ci invitano a “far prendere un caffè agli addetti del forno” sono tanti, abbiamo solo 20€, basteranno? Svitano le viti, meno male che mamma è andata via, si sarebbe davvero incazzata! Gli strumenti sono tutti a vista: pinze, cacciaviti, martelli che in quel contesto somigliano a quelli usati nelle celle di tortura. Dobbiamo assistere fino a quando la bara entra. L’uomo vestito come un meccanico spinge il carrello, si apre lo sportello e …..via: ”Se volete, potete aspettare, ma il forno è lento e ci vorranno almeno tre ore”. Guardiamo quelle sedie sgangherate e andiamo via.

La settimana prossima ci daranno le ceneri, qualcuno teme che in mezzo ci sia la cenere di una sedia bruciata, ma non importa, mamma è già nel vento come quei soggetti dei quadri di Chagall, che tanto amava.

1 commento su questo articolo:

  1. laura ha detto:

    Non riesco a capire se il leggere questo articolo mi suscita piu tenerezza o indignazione.Tenerezza e comprensione nei confronti dei familiari che hanno dovuto subire oltre il dolore il dispiacere di un contesto di questo genere.
    La consapevolezza assoluta dell’anima volata gia’ via e’ l’unico conforto che si puo’ trovare.
    Essenziale deve essere trasformare i’indignazione in qualcosa di positivo:la denuncia di questo avvenimento dovrebbe sensibilizzare tutti affinche si possa intervenire a far cambiare il sistema, facendo in modo che non resti soltanto una speranza ma che possa diventare una certezza.
    Hai la mia totale solidarieta’, ti voglio bene. Laura

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