riflessioni su un libro di Alda Merini

3 gennaio 2013 di: Ornella Papitto

Ho letto un libro di Alda Merini, “La pazza della porta accanto”. Quando la follia apre la mente e avvicina alla sofferenza, quella spaventosa, che trova riparo in spazi angusti e freddi: la solitudine. Alda scrive: “E’ come se a me a volte chiedessero se ho visto Dio. Certo che l’ho visto, perché altrimenti non potrei scrivere. Ma non aveva misura d’uomo, né linguaggio d’uomo, né volto d’uomo. E chiunque l’abbia conosciuto o inteso scalza a priori qualsiasi controfigura di Dio, per quanto bella e necessaria…”. Dio è di tutti. Questa è la prima riflessione. Cristo, no. Neanche Abramo.

Quando lo Spirito si materializza crea divisioni, lotte per la supremazia di una religione su un altra. C’è chi rivendica il “primato”, la “superiorità”. Gli ebrei sui cattolici, i cattolici sugli ebrei. Ogni religione pensa di poter governare il mondo, direi più di dominare il mondo. E’ questo aspetto “temporale” che non è mai riuscito a convincermi. Questa confusione tra Spirito e “corpo” che non mi tranquillizza. Troppo potere fine a se stesso. Dominio puro, sottomissione cieca. Oscurantismo, buio. Dov’è la luce? Rispetto i testi sacri, di tutte le religioni. Rispetto anche testi antichi come l’Iliade e l’Odissea. Quanta esperienza, quanta realtà, quante verità sulla natura umana vi sono condensate dentro? Un mondo. Ma questi ultimi non hanno la pretesa della sacralità.

Quante riflessioni sono possibili leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento? Infinite. C’è chi afferma che è sufficiente aprire il testo sacro dei cristiani e subito parla al cuore di chi lo ha aperto. Suggerimenti, riflessioni, verità. E’ un compendio di esperienze accumulate nei secoli, quindi non c’è da stupirsi molto. Quello che tollero poco è l’uso che alcuni ne fanno. Per puro e materiale potere. Quando finalmente la religione libererà la mente delle persone? Quanto dobbiamo ancora aspettare? Potrà mai accadere?

6 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Cara Ornella, è veramente una bella sorpresa leggere il tuo articolo su Alda Merini, che porta ossigeno ed aria nuova. Non conoscevo ancora questo suo libro, mentre avevo già letto “L’altra verità. Diario di una donna diversa”. Lei che ha conosciuto per anni il buio della mente (e gli orrori della psichiatria) ha dimostrato una forza ed un coraggio unici. Il buio, della mente o dello spirito, è un’esperienza sofferta comune a tanti, credenti o meno. Solo per fare un esempio anche Madre Teresa di Calcutta patì lunghi anni per il silenzio di Dio. Ma vorrei tornare alla Merini per riportare alcune sue frasi dense di significati da condividere con voi: “Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di un’inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.” “Quando l’anima si nasconde comincia il dolore e noi non abbiamo più nè la percezione nè la dignità del corpo. Tristemente nascosta l’anima geme in cerca delle sue scaturigini. Ciò che l’uomo chiama delirio non è altro che l’assenza dell’anima.” “L’anima e soprattutto la follia vanno oltre le cose reali, immaginano una verità non contraffatta dal caso.” “L’arte è preghiera, o perlomeno il tentativo di farci intendere da Colui che è e non è. Chi furbescamente ci domanda che cosa sia la preghiera tenta di rapirci il segreto di Dio che sta nei nostri sogni.” “Ma poichè l’anima e soprattutto il corpo hanno paura del giudizio degli altri è in quel momento che l’uomo viene raggiunto dalla morte.” Devo molto al pensiero libero di questa donna…

  2. Silvana ha detto:

    Ornella è un’ottimo articolo e un’applauso a Rosanna per le fotografie|

  3. francesca traìna ha detto:

    Nell’attuale incombente cultura dello spettacolo è necessario resistere alla tentazione di dilatare leggende che fioriscono sulla follia, il disordine mentale, l’orrore quotidiano come miti dell’immaginario: la poesia è un dato che prepotentemente mette nell’ombra ogni cronaca coi suoi eventi. Il discorso vale per Alda Merini che non ha mai tradito il suo destino di poeta, nonostante la violenza di quel destino. E’ Maria Corti, attenta studiosa di Merini ad “avvertire” quanti/e la leggono a non cadere nella facile, e fin troppo semplicistica, tentazione di “usare” la presunta follia della poeta per accostamenti e discorsi spesso impropri. Ed è da conoscitrice, anche personale, di Alda Merini che desidero ricordare, per onestà intellettuale, che non la “follia” bensì il manicomio, come esperienza dolorosa cui l’artista è stata condannata dalla società, ci ha donato il canto poetico più alto del novecento. Merini non era “folle”, ma è a causa di una forma depressiva mal tollerata dal marito che finisce nel luogo di tortura. In quel momento storico la donna era considerata proprietà dell’uomo – marito o padre – che poteva esercitare potere di vita o di morte sulla donna. Il marito, infatti, ne decide l’internamento e, negli inferi o campo di concentramento, come la poeta stessa definisce il manicomio, subirà per quasi vent’anni l’elettroshock. Merini tace dal 1961 al 1983, gli anni del manicomio, ma una volta fuori oppone allo strazio e alla sopraffazione, come uno staffile, la poesia che ci ha consegnato.

  4. rossella caleca ha detto:

    Alda Marini, poeta che amo molto, nella verità della sua poesia esprime, e ci dona, la sua esperienza del sacro. “Sacro” che non è, non può essere ridotto a una confessione religiosa divenuta sistema di potere che come tale ha come fine primario l’autoconservazione. Anzi:”Religione” era il “recinto del sacro”, di ciò che trascende l’umano: c’è chi pensa (Galimberti) che il cattolicesimo, in quanto sistema di potere, chiesa-istituzione, abbia progressivamente addomesticata, erosa, cancellata l’esperienza del sacro (dirompente, destabilizzante, pericolosa!) dalla vita dei credenti. Ma questo credo si possa dire anche di altre confessioni.

  5. silvia ha detto:

    Probabilmente Alda Merini soffriva di disturbo bipolare, meglio conosciuto una volta come spicosi maniaco-depressiva. L’odierna farmacologia e gli “stabilizzanti” permettono ora a questi pazienti di condurre una migliore qualità di vita, anche se è tuttora aperto il dibattito sugli spicofarmaci in genere che attuerebbero una forma di moderna e più sofisticata “contenzione chimica”. Comunque, dalla legge Basaglia in poi, si sono fatti grandi passi in avanti in questo campo, pur essendo l’Italia un Paese ben strano che accanto a leggi d’avanguardia pone a livello di attuazione pochi mezzi e risorse veramente esigue. Vorrei citare Fabrizia Ramondino, autrice di vari saggi e sensibile a problemi sociali e politici, che nel suo libro “Passaggio a Trieste” racconta la sua esperienza, vissuta a contatto con le donne e le operatrici del Centro Donna Salute Mentale di Trieste. Frequentò il centro per vari mesi per poter conoscere da vicino, facendone esperienza diretta, la realtà quotidiana di quel microcosmo toccato dal dolore, ma anche da un grande impegno umano e civile. Il diario dell’autrice raccoglie molte voci di donne che raccontano storie di ossessioni, di sradicamento, di chiusura, di entusiasmi e di sfiducia. “Guardando queste donne che si reinventano la vita, scrivono e dipingono, raccolgono i cocci della loro esistenza e si costruiscono un nuova identità, mi chiedo com’è stato possibile creare qualcosa di così straordinario. Con loro abbiamo aperto un’altra via alla salute mentale”, così scrive in un passo del libro.

  6. silvia ha detto:

    Se le mogli spesso devono subire angherie da parte dei loro mariti e se Alda Merini passò lunghi anni al Paolo Pini (ex ospedale psichiatrico di Milano dal quale Marco Paolini condusse lo spettacolo “Ausmerzen” sugli esperimenti di eugenetica praticati dal nazismo a danno dei malati psichici, andato in onda lo scorso anno su la7 in occasione della Giornata della Memoria) per volontà del marito, anche i figli devono a volte sottostare alla volontà di genitori con pochi scrupoli. Due casi su tutti: Rosemary Kennedy, figlia di Joseph, morta nel 2005 a 86 anni. A soli 23 anni fu sottoposta dal padre a lobotomia a causa dei suoi sbalzi di umore e per i suoi comportamenti sessualmente troppo liberi che avrebbero potuto compromettere il buon nome della famiglia e la carriera politica dei fratelli. Aldo Togliatti, figlio di Palmiro, morto nel 2011 a 85 anni e che passò gli ultimi 50 anni della sua vita in un istituto per malati mentali a Modena, soffriva di schizofrenia con note di autismo. Due vite trascorse nel silenzio, due figli troppo “fragili” per reggere il confronto con i loro genitori. “Nel nome del padre” è uno spettacolo teatrale che racconta in parallelo queste due storie, diverse e lontane ma con molte analogie, grazie alla magistrale interpretazione di Margherita Buy e Patrick Rossi Castaldi. Li ho voluti ricordare entrambi per rendere omaggio alla loro memoria.

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