delle carceri e delle pene

15 gennaio 2013 di: Marcella Geraci

La Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per il trattamento inumano e degradante, che il cattolicissimo paese del sole riserva ai detenuti rinchiusi nelle sue carceri. La sentenza è nel contempo una vergogna ed un respiro di sollievo e premia quanti, Marco Pannella in testa, hanno lottato e continuano a lottare per garantire ai detenuti e alle detenute, alle loro famiglie e alla polizia penitenziaria, diritti e dignità umana.

Non sono soltanto i sette uomini reclusi nelle carceri di Piacenza e Busto Arsizio, ad avere a disposizione uno spazio inferiore ai tre metri quadrati, che li obbliga a mangiare a turno per potersi muovere. Certo, la Corte ha stabilito che l’Italia dovrà risarcire danni morali per centomila euro a ciascuno dei sette, e pare che i ricorsi dei carcerati per ragioni simili siano più di 550. Come denunziato da più parti, il sovraffollamento è una condizione strutturale delle prigioni italiane e costringe a ripetute violazioni dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, quello che proibisce la tortura. Secondo i dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, i 206 istituti di pena italiani ospitano circa 65.701 detenuti, di cui 25.696 in attesa di giudizio e 23.492 stranieri. Il Bel Paese sarà in grado di risanare la situazione di sovraffollamento entro un anno, come Corte vuole e come è giusto che sia? Basterà il ricordo dello sciopero della fame e della sete, messo in atto dal leader radicale Pannella, a tenere desta l’attenzione su una situazione intollerabile come questa? O a rappresentare gli umori collettivi sul tema sarà la facile ironia di Beppe Grillo sulla galera come beauty farm? La presa di posizione del Presidente della Repubblica lascia ben sperare, ma un governo politico attento ai diritti sociali potrebbe essere l’unica vera ricetta per alleviare, se non mettere fine, a questa condizione di tortura e degrado e di marginalità nella marginalità. E se i nostri talk show si occupassero anche di questi temi?

5 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Il 2013: sarà l’anno della chiusura degli Opg? A 35 anni dalla legge 180 che diede l’avvio in Italia alla chiusura dei manicomi, forse ora è arrivato il momento di mettere fine anche all’esistenza degli Ospedali Psichiatrici giudiziari, che il senatore Ignazio Marino non ha esitato a definire luoghi di “degrado e tortura” ed il Presidente della Repubblica di “orrore medievale”. Gli Opg sono di fatto strutture giudiziarie, dipendenti dall’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Attualmente sono 6 istituti distribuiti tra Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Sicilia per un totale di circa 1.400 detenuti. Oltre ad un largo uso di sedativi ed altri psicofarmaci sono previsti tuttora sistemi di contenzione fisica. Mentre per un detenuto comune la legge garantisce che la pena non può andare oltre quella stabilita in ultima istanza dal giudice, per un reo ritenuto socialmente pericoloso, perché mentalmente instabile, non conosce limiti temporali e la misura cautelare può essere periodicamente rinnovata fino ad arrivare a ciò che lo stesso Marino ha paragonato, nel corso di una trasmissione televisiva, ad un “ergastolo bianco”. Non si tratta spesso di crimini efferati, ma di reati che in gergo vengono chiamati “bagatellari”, cioè di poco conto e per i quali la giurisdizione prevede pene inferiori ai 2 anni.
    La Commissione di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, da lui presieduta, ha preso in esame la “Relazione sulle condizioni di vita e di cura all’interno degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari”, presentata dai Senatori Michele Saccomanno e Daniele Bosone, che vi aveva riscontrato varie carenze strutturali ed igienico-sanitarie oltre che personale medico specialista insufficiente. Si evince quindi che vari sono i fattori che “lasciano intravvedere pratiche lesive della dignità della persona”. Finalmente, nella discussione del decreto-legge sul sovraffollamento delle carceri, il Senato ha approvato un emendamento che dispone la chiusura definitiva degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari entro il 31 marzo 2013.
    Mentre si discute della necessità di certezza della pena da un lato e dall’altro Marco Pannella continua con i suoi storici digiuni della fame a favore dei carcerati e contro le condizioni inumane di detenzione, arriva una decisione che squarcia quel velo che allontanava dalla coscienza collettiva l’Inferno dei dimenticati, perché mai una società civile può coniugare la sicurezza con forme di maltrattamento, sia fisico che psichico.
    Ora la legge prevede che tali strutture dovranno essere a esclusiva gestione sanitaria, pur prevedendo la presenza di personale che garantisca ed assicuri la sorveglianza.
    Quando la linea di demarcazione tra giustizia e psichiatria si assottiglia, tanto che il confine netto tra reato e patologia sfuma finché l’uno si confonde con l’altra, o la seconda costituisce una semplicistica giustificazione del primo, allora si entra in un territorio estremamente delicato che non permette, né ammette approssimazioni di giudizio. Auspicio comune dovrebbe essere realizzare garanzia di tutela e sicurezza sociale da una parte e difesa dei diritti civili ed umani del singolo, soprattutto se malato, dall’altra.

  2. Marcella Geraci ha detto:

    Grazie per avere integrato l’articolo con questo testo approfondito sugli Opg. Esistono realtà di cui si parla poco, ma non per questo sono meno marginali e totalizzanti di altre. Realtà in cui la privazione della dignità umana è la regola, anche se si tratta di luoghi forse meno “visibili” delle carceri.

  3. silvia ha detto:

    Cara Marcella, grazie a te che mi hai offerto l’occasione, con il tuo tempestivo articolo, di aggiungere quanto avevo elaborato sull’argomento degli Opg che ben si integra al problema più generale della situazione carceraria in Italia. Eppur qualcosa si muove anche da parte del Vaticano! Benedetto XVI, in visita al carcere di Rebibbia nel dicembre 2011, riconobbe che il sovraffollamento e il degrado rendono ancora più amara la detenzione ed invitò le istituzioni a vigilare affinchè i detenuti non abbiano a scontare una “doppia pena”. Recentemente lo stesso Marco Pannella ha chiesto ufficialmente alla diplomazia vaticana di schierarsi a favore della sua battaglia, ricevendo vari riscontri positivi. Persino L’Avvenire ha titolato “Al nuovo governo chiediamo l’amnistia”, riferendo della precisa presa di posizione del portavoce della Comunità di S. Egidio. Pur partendo da posizioni differenti e spesso antitetiche, si sta quindi realizzando una “singolare convergenza” tra le gerarchie ecclesiastiche (e non solo il mondo cattolico di base) e i radicali.

  4. Stefania ha detto:

    Gentile Silvia il fatto che anche il vaticano, la santa sede e l’avvenire si siano occupati del caso niente mette e niente toglie… perché si tratta di carceri non della città del vaticano ma di noi italiani dunque ci sentiremo soddisfatti solo quando il governo italiano si occuperà e risolverà la situazione carceraria e dei manicomi criminali da solo senza l’aiuto di buddisti, cattolici o induisti, è il nostro stato che è deficitario gli altri stati e le altre religioni non sono chiamate in causa.

  5. silvia ha detto:

    Cara Stefania, questo è profondamente giusto. Tant’è che il vero problema del “cattolicissimo paese del sole” sta nella sua classe dirigente lenta, contraddittoria, spesso inconcludente ed inefficace, più preoccupata di conservare il proprio consenso elettorare e relativi privilegi di casta che attenta ai vari mali che affliggono l’Italia e che da lungo tempo attendono una sospirata soluzione. La situazione delle carceri, ed è solo un esempio, è una vergogna dello stato civile. Ma se coesistono autorità civili e religiose, allora tanto vale che dialoghino tra di loro. Credo che Pannella (da laico, liberale ed anticlericale) riconoscendo proprio nelle gerarchie ecclesiastiche un proprio diretto interlocutore, abbia voluto coinvolgere più che contrapporsi, abbia cercato coesione più che frattura per ottenere una sensibilizzazione più ampia al problema che poi solo ed esclusivamente in sede istituzionale dovrà trovare la giusta e dovuta soluzione.

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