Se Biancaneve fosse muta, in bianco e nero e femminista

15 dicembre 2012 di: Elena Ciofalo

Quanto credereste in un film che si presenta, nel 2012, come un melò spagnolo anni Venti, muto e in bianco e nero? Fino a poco tempo fa nessun produttore avrebbe investito su un progetto simile. Ora è arrivato il successo per il film muto “The Artist” di  Michel Hazanavicius e per i due progetti hollywoodiani sulla favola di Biancaneve, “Biancaneve” di Tarsem Singh e “Biancaneve e il cacciatore” di Rupert Sanders. E il cineasta spagnolo Pablo Berger ha trovato i finanziamenti per produrre il suo “Blancanieves”, fuori concorso nella scorsa edizione del Torino Film Festival.

A Siviglia un acclamato toreador finisce sulla sedia a rotelle per un incidente durante la corrida, e lo stesso giorno la sua amata moglie muore dando alla luce Carmencita. Il padre si risposa con una donna perfida e rifiuta la figlia, mentre lei cresce con la nonna (una bellissima Ángela Molina, nota per “Quell’oscuro oggetto del desiderio” di Luis Buñuel). Alla morte della nonna, la bambina va a vivere con la matrigna e il padre, recluso in una stanza dell’enorme tenuta che conserva i fasti del grande toreador Antonio Villalta. Quando il padre muore Carmencita viene condotta nel bosco e apparentemente annegata. Viene invece salvata da un gruppo di “nanitos toreadores” (che non possono non ricordare i “freaks” di Tod Browning). Trovandola senza memoria, i nani la chiamano Biancaneve, “come nella favola”. Inizia così per la giovane il riscatto dalla vita ingiusta, non senza altri sfortunati eventi, come narra la favola.

La pellicola spagnola è intrisa di linee narrative cariche e suggestive.

È capace di cogliere e rappresentare il velo di inquietudine insito nelle fiabe della tradizione. Echi di Buñuel permeano il film, specialmente nel gusto per la rappresentazione del corpo con tratti di necrofilia. Il risveglio di Biancaneve diventa infatti uno spettacolo in cui chiunque, a pagamento, può vivere un attimo di intimità con lei baciandola.

La pellicola è anche da brivido nella rappresentazione del lutto che permea l’intera vita della ragazza. La corrida, del resto, è una costante metafora della morte e del sacrificio. E inoltre, in un’immagine toccante, Carmencita perde la nonna durante la Comunione e il suo abito bianco da cerimonia viene trasformato in nero di lutto intingendolo in un bacile di morte.

Nella vicenda cogliamo anche però dei tratti dolci e delicati nella descrizione degli incontri segreti tra il padre e la piccola Carmencita, che sfida i divieti della matrigna cattiva per regalare un po’ di struggente gioia al padre paralitico.

E infine, questa magistrale versione della favola di Biancaneve, è un inno femminista. Una giovane donna vessata, ma forte, diventa una torera, sovvertendo così le regole maschiliste che regnano nel mondo della corrida. Nessun principe azzurro sveglierà la bella addormentata, ma questo non significa che non ci sia un uomo che ama perdutamente la splendida creatura.

1 commento su questo articolo:

  1. Uanai ha detto:

    Da vedere assolutamente !

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