amiche per le pigotte

28 dicembre 2012 di: Clara Margani

Festeggeranno tra poco i cinquant’anni di amicizia e, nonostante lo scherno affettuoso dei figli e dei mariti che le accusano di giocare ancora alle bambole, tra ottobre e dicembre si impegnano a creare le pigotte per l’Unicef: una con la lana, il cotone, i ferri e l’uncinetto, l’altra con l’ago, il filo e le stoffe. Le pigotte sono delle bambole di pezza la cui vendita permette di fornire interventi salvavita — cure mediche, acqua potabile, alimenti terapeutici, zanzariere antimalaria – ai bambini dell’Africa Centrale e Occidentale. Molto in anticipo rispetto alla data di consegna, le due amiche si procurano la tela di cotone che sarà la pelle delle loro creature, la riempiono di kapok, poi con la fantasia e con quello che hanno recuperato o comprato durante l’anno elaborano gli abiti: più moderni e alla moda l’una, più romantici e tradizionali l’altra.

Con occhi bambini e mani mature con qualche accenno di artrite, chine sul lavoro intorno a un tavolo o sedute su una poltrona, a casa propria o a casa dell’una o dell’altra, non fanno beneficenza, si fanno del bene perché, mentre creano, la loro mente macina idee, trova soluzioni, progetta e realizza e le loro mani eseguono puntualmente, pur non essendo nessuna delle due del mestiere; due donne in pensione da un lavoro intellettuale che sembrano realizzare l’dea dell’ “intellettuale organico” di gramsciana memoria. Ogni tanto si chiedono se le loro bambole sono state acquistate, se chi le ha acquistate lo ha fatto per sé o per qualcuno a cui voleva bene, in quale città, paese o nazione si trovano le loro creature, se qualche bimba o bimbo più curioso le ha smantellate per vedere come sono fatte, se qualcuno ci dorme insieme o se stanno sistemate sui ripiani di una libreria con il loro sguardo fisso sulla vita quotidiana dei loro compratori. Le due amiche pensano spesso ai bambini africani, di cui in parte hanno contribuito a salvare la vita, e riflettono con tristezza sul fatto che essi non giocheranno mai con le loro bambole.

3 commenti su questo articolo:

  1. gemma ha detto:

    Anche nella scuola in cui lavoro si realizzano pigotte: le sagome di stoffa da cucire, il kapok per riempirle, vengono distribuite agli alunni che portano a casa il compito da realizzare e, nel giro di qualche settimana, entro la chiusura natalizia, riportano creature bellissime, tutte diverse, vestite in modo fantasioso, i capelli realizzati con la lana, le faccette espressive disegnate con i pennarelli. È proprio così, come ha raccontato sapientemente Clara: ci piace pensare che tutte le nostre “creature” saranno adottate e ci piace immaginarle amorevolmente accolte come fossero bambini veri. Una carta di identità accompagna le bambole pronte per la raccolta di fondi per progetti di sviluppo e per l’acquisto di kit salvavita per combattere la malnutrizione che ancora affligge tanta parte del mondo.

  2. silvia ha detto:

    Cara Clara, quando ho iniziato ad interessarmi, quasi per caso, alla realizzazione di queste bamboline non immaginavo quanto la cosa potesse coinvolgermi. Pigotta è il termine che in dialetto lombardo indica proprio la bambola di pezza, quelle di una volta quando nelle campagne e con pochi mezzi si realizzavano i giocattoli in casa usando materiali poveri. Siamo quindi in piena contro tendenza con le vetrine scintillanti e quelle bambole stereotipate che fanno bella mostra di sè…sempre più spesso “made in China”. Un relago educativo per un bambino che giustamente la “adotta” per amarla ed averne cura, non perchè è semplicemente bella. Nella loro “imperfezione” le pigotte sono tanto più umane, tutte diverse ed ognuna dotata quasi di una propria personalità. Tra chi la confeziona, chi l’acquista per farne un regalo, chi la riceve in dono, l’UNICEF a cui va tutto il ricavato ed il bambino a cui andrà il beneficio ultimo si realizza una impalpabile catena di solidarietà che fa di poche cose come uno scampolo di tessuto, ago e filo, un gomitolo di lana e mani volenterose…qualcosa di bello in cui ancora credere.

  3. maria ha detto:

    Bella iniziativa quella di realizzare pigotte.Finchè ho fatto la prof.ho vestito pigotte.
    Il nome non mi piace, le chiamo pupate, in ricordo delle pupatelle che mi regalava la mia mamma, confezionandole con tanto amore per la festa dei defunti.
    Se ci venivano a trovare….i morti,niente paura, bastava stringere la pupatella che dormiva con noi.
    Si intenerivano e ci lasciavano in pace.
    Non facciamo del bene agli altri, lo facciamo per il bene nostro.
    E’ come spiccare un balzo dal nostro pianeta personale per andare a visitare il pianeta di qualcun altro.
    Buon anno a tutte le pigottare.

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