che ne sarà di lei, disabile violata

30 novembre 2012 di: Rossella Caleca

Di lei non so quasi nulla, a parte le brevi notizie apparse sui giornali. Neppure il nome: perciò la chiamerò Laura. Laura ha diciannove anni, vive a Palermo. È una disabile psichica. Ha appena avuto un bambino: dal prorpio padre. Da tempo subiva una violenza tanto più mostruosa e aberrante perché sofferta tra le mura di casa, nel silenzio (forse terrorizzato, certo complice) della madre, soprattutto nella sua maggiore fragilità e difficoltà a difendersi. Finché è riuscita a raccontare quello che le stava accadendo all’insegnante di sostegno della scuola che frequentava. E ha detto che, nonostante il padre la picchiasse per costringerla ad abortire, lei non avrebbe mai rinunciato al suo bambino.

Il suo torturatore è stato arrestato: nonostante fosse stato allontanato, continuava a minacciarla perché ritrattasse davanti ai giudici la sua versione dei fatti, nascondendo la verità. La prima domanda che mi pongo è: cosa accadrà a Laura, cosa accadrà al suo bambino? Sarà allontanata dalla sua pseudo-famiglia, potrà vivere con suo figlio in una comunità adeguata a loro? E fino a quando? Lo Stato, la società, noi, riusciremo a tutelarla, ad aiutarla a costruirsi un futuro, o prima o poi le sbatteremo le porte in faccia “per mancanza di fondi” abbandonandola a un ignoto destino? La seconda domanda: fino a quando ritroveremo solo per la presenza (provvidenziale ma sempre più precaria) di insegnati ed operatori pubblici i fili intrecciati di orride storie di ordinarie violenze sui disabili?

Perché è così difficile tirare fuori dall’abisso persone che familiari, parenti, vicini, considerano vuoti a perdere, capri espiatori di esistenze degradate, “vite indegne di essere vissute” e tanto meno difese, comprese, valorizzate? Sono molte le storie che conosco, e di cui mi sono occupata, di multiformi violenze su donne e ragazze psichicamente fragili o disabili; donne che non riescono a fare sentire la loro voce, neppure quando trovano la forza e la lucidità per esprimere la sofferenza, se non attraverso chi ha la capacità, la determinazione, e i mezzi materiali per attraversare il buio che le circonda. Ma questo sembra sempre più difficile: costa restituirle a una vita dignitosa, costa – anche alla società cosiddetta civile – accorgersi di una sofferrenza ancora più nascosta di altre, costa riconoscere errori, assenze, assordanti silenzi.

1 commento su questo articolo:

  1. ornella papitto ha detto:

    La vigliaccheria è l’arma più violenta e aggressiva contro le donne con problemi mentali, che non sono in grado di difendersi. Chi dovrebbe rispettarle ed amarle le usa, senza pietà e nessuna compassione. Sono criminali tanto quanto gli aguzzini nei campi di sterminio. Aguzzino, persona che sa di poter fare qualsiasi nefandezza perché ha la certezza della propria non perseguibilità. A chi interessa il pensiero, le azioni, la dignità di una ragazza malata mentale? A me, anche.

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