…dalla esperiena e dalla vita quotidiana

14 ottobre 2012 di: Udi Palermo e La città felice

Facendo seguito a quanto detto sopra, ci riferiamo ad una politica intesa come passione del confronto, agita in prima persona, che si verifica nella vita e nella relazione anche conflittuale, che dà valore e significato all’esperienza, come ci ha insegnato il femminismo, le cui istanze radicali sono vive e “sono da rimettere in gioco soprattutto oggi di fronte agli effetti di una crisi che sembra non avere via d’uscita e a una politica sempre più subalterna all’economia” (dal documento “Primum vivere anche nella crisi, la rivoluzione necessaria”, Paestum 2012).

Di questa politica c’è bisogno in un momento in cui ci troviamo di fronte all’esplodere di una contraddizione: da un lato viene meno il consenso alla stessa democrazia basata sulla rappresentanza che mostra oggi tutta la sua inadeguatezza, ma la cui crisi va in una direzione diversa rispetto alla critica avanzata dal femminismo, dall’altro c’è l’occasione per fare vivere una politica autentica che non si sostituisca al senso dell’esserci in prima persona. L’esplodere di questa contraddizione genera in noi non solo perplessità ma un vero e proprio disorientamento che ci impone di risignificare le nostre pratiche per rimetterle in gioco. Avvertiamo l’esigenza di uscire dal piano sul quale questa contraddizione non è componibile e la necessità di andare oltre, verso una politica intesa come cura del bene comune e verso la costruzione di nuove mediazioni, nuove forme di aggregazione politica. Siamo consapevoli che per costruire il nuovo non basta la sola denuncia, è necessario invece fare esistere forme politiche più adatte a ridefinire le condizioni del nostro vivere a partire dall’esserci responsabilmente in prima persona, facendo contare l’autorità delle pratiche politiche e dei saperi delle donne, usando inventiva e capacità creativa.

Si tratta di ricostruire uno spazio pubblico che versa in gravi condizioni di degrado non solo al livello della politica istituzionale ma, ancor di più, al livello della vita civile dove strutture fondamentali del vivere – la formazione, la cultura, il lavoro, i rapporti tra le generazioni e tra i sessi, la politica stessa – patiscono gli effetti della dipendenza perversa da una finanza vorace e violenta, di un potere che si sostanzia della distruzione dei rapporti umani, del lavoro, dei diritti, dei servizi. Si tratta di aprire spazi di narrazione/azione (simbolici quindi ma non solo di “parola”) che ricreino le condizioni di un’indipendenza simbolica dal discorso dominante. Perché non diventino senso comune e non si cristallizzino in scelte politiche inefficaci e controproducenti quelle “narrazioni” sulle quali si è costruita e sviluppata la risposta alla crisi ­ ci riferiamo ad esempio alle contrapposizioni tra garantiti e precari, tra genitori e figli (che non ha senso nominare come figure sociali con interessi contrapposti), tra modelli di vita antitetici, quello “della sobrietà e del debito” (modello “tedesco”) e quello “del godimento e del consumo” (modello “mediterraneo”), di fatto due facce della stessa medaglia in un’economia che sempre più sottrae alle comunità (e alle singole persone) il controllo del proprio destino. Perché, al contrario, comincino ad entrare nell’esperienza e nel discorso politico comune sia l’idea di un nuovo welfare non più segnato dallo sguardo maschile, sia la relazione tra lavoro produttivo e lavoro di manutenzione dell’esistenza, che è il lavoro necessario a tutti e che le donne garantiscono, ma che è simbolicamente invisibile e sul quale parte del femminismo italiano ha già da tempo avviato una pratica di riflessione e di parola a partire dall’esperienza.

La rovina maschile delle forme della politica è davanti ai nostri occhi. Per le donne e per gli uomini consapevoli di questa crisi la sfida è costruirne altre a partire dall’esperienza e dalla vita quotidiana. Le pratiche, le esperienze e i modi di una politica prossima alla vita, alle relazioni e ai bisogni sono le nostre pratiche; su queste occorre far leva per cominciare a ricostruire il “bene comune”, a ridefinire cioè cosa ci tiene insieme ­ qualcosa che non è riconducibile solo ai “beni” (per quanto importante sia incoraggiare forme di aggregazione e movimento che evocano forme di autogoverno dell’economia) ­ in un impegno interessato a far crescere la consapevolezza, la volontà, la fiducia che il cambiamento è possibile.

Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UdiPalermo e La Città Felice-Catania

1 commento su questo articolo:

  1. Adele ha detto:

    un documento che dice con chiarezza da quale parte stanno le responsabilità e quale politica si debba costruire da qui in avanti.

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