la solitudine delle tastiere mute

4 settembre 2012 di: Caterina Pellegrino

Aristotele già scriveva “anthropos zoon politikon”, l’uomo è un animale sociale, riferendosi alla necessità insita nell’essere umano di comunicare e confrontarsi con coloro che lo circondano. Le relazioni sociali del resto plasmano le nostre vite, le cambiano, le definiscono. Impossibile però ignorare come la realtà che ci circonda sta velocemente cambiando, a ritmi piuttosto serrati. Un universo amorfo, popolato da una moltitudine di volti che si accalcano annaspanti, e dai quali ci si sente piacevolmente circondati. Viviamo in un mondo dove siamo eternamente connessi con gli altri, un mondo dove pubblichiamo sui social network i nostri gusti, i nostri pensieri, i nostri passatempi ed anche le nostre foto. Sappiamo di potere “condividere” un pensiero con il resto del mondo in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo in cui ci troviamo. Opportunità meravigliosa, ma che nella maggior parte delle volte viene usata male e senza riserbo per se stessi. Possiamo dare informazioni riservate a chiunque ci pare, e gliele forniamo. Del resto, la logica delle rete sociali è una logica di “scambio”: tu sai qualcosa su di me, io so qualcosa su di te.

Il fatto di essere “controllati” da un occhio invisibile ci piace, ci dà quasi un senso di sicurezza sapere che un satellite può fornire la nostra posizione nel mondo in pochi secondi. Il grande fratello ipotizzato da G. Orwell nel suo romanzo “1984” è già arrivato, e da un bel pezzo. Se da una parte i media impongono modelli da seguire e codici da comportamento da rispettare (se non si vuole rischiare l’emarginazione sociale), con internet ci stiamo addomesticando ad un logica dove le nostre informazioni personali, il nostro lavoro, i nostri studi, le nostre relazioni sociali, i nostri hobby, il nostro orientamento politico, religioso e sessuale, le nostre relazioni sentimentali, i luoghi che abbiamo visitato, i libri che abbiamo letto e tanti altri piccoli pezzi delle nostre vite possono e debbono essere di dominio pubblico.

Attenzione a non cadere nel pericolo opposto però, in una nevrotica diffidenza nei confronti del progresso dettata da un allarmismo infondato. L’utilità dei social network è senza ombra di dubbio indiscutibile, io stessa ne faccio largo uso; ma bisogna distinguere ciò che è utile da ciò che è necessario. Perché è così importante, sopratutto per noi giovani, il rimanere costantemente connessi con gli altri dai nostri blackberry o iPhone? I ragazzi si mandano email, messaggi, sms, sono in perenne contatto tra di loro, ma non sono più capaci di guardarsi in faccia. Sottile si annienta l’importanza dell’oralità, del dialogo, della chiacchiera, in favore di un italiano raggelato e ridotto alla sintesi estrema. Non si parla più, ma paradossalmente non si può far più a meno di scrivere, di condividere, di sapere che qualcuno sta guardando il tuo profilo, leggendo il tuo stato. Le mode cambiano, ma l’imperativo resta lo stesso: nascondere la propria solitudine. Forse basterebbe solo capire che farsi compagnia è qualcosa di più che essere “online”.

Intanto, Zuckerberg ringrazia.

2 commenti su questo articolo:

  1. serena ha detto:

    articolo banalissimo e scontato, l’autrice non si dispiaccia se esprimo il mio parere.

  2. Paolo.Russo ha detto:

    Sarebbe stato un punto di vista interessante se fosse stato scritto 20 anni fa ma insomma queste cose ormai elaborate cercano più che enunciazioni soluzioni!

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