la cura della crisi è a cura delle donne

28 settembre 2012 di: Nadia Gambilongo

La lettera d’invito per l’incontro di Paestum – Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria, la sfida femminista nel  cuore della politica. Incontro  nazionale: Paestum 5,6,7 ottobre 2012 – ci “sfida” ad andare al cuore del problema: vivere nella crisi e trovare il modo per cambiare il sistema. La rivoluzione è necessaria! Il femminismo può determinare questo cambiamento? Le firmatarie della lettera ne sono convinte e anch’io ne avverto tutta l’esigenza. Le piste su cui avviare la discussione e il confronto sono sostanzialmente tre: partecipazione/rappresentanza, economia/lavoro/cura, corpo/violenza. Mi concentro sulla seconda, “economia, lavoro, cura”, poiché penso che proprio dall’intreccio, dalla reciproca relazione e rilevanza che questi temi hanno, non solo si può cambiare lo sguardo sulla crisi, ma è anche possibile generare il cambiamento. Per cui ordinerei i temi in questo modo: – cura – lavoro – economia.

Se privilegiamo la cura, di noi stesse, delle relazioni che abbiamo e del contesto in cui viviamo, allora, ci poniamo in un’ottica in cui la ricerca di armonia e non il Pil è al centro del dibattito e merita, quindi, tutta la nostra attenzione. La cura del territorio e delle persone che vi abitano richiama non solo ad un particolare modo di vivere, ma riporta al tema del lavoro. Non c’è, e non ci sarà nei prossimi anni, lavoro per produrre merci, la nostra è una crisi anche di sovrapproduzione, mentre di lavoro di cura c’è un gran bisogno. Sappiamo bene che gran parte del lavoro di cura è sulle spalle delle donne e che non solo non viene retribuito, ma neanche riconosciuto.

La cura dei bambini, degli anziani è sulle nostre spalle, appesantite peraltro dai tanti tagli sui servizi. C’è bisogno, invece, di potenziare i servizi alle persone. C’è bisogno di produrre meno merci che rimangono invendute sugli scaffali o ingombrano (dopo una breve vita nelle nostre case stracolme) le strade o le cosiddette “isole ecologiche”. C’è bisogno di curare il territorio inquinato e degradato da rifiuti e da un’edilizia invasiva che ha cementificato la nostra penisola. C’è bisogno di produrre cibo buono che cresca su una terra rigenerata e pulita.

C’è bisogno di curare il nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Ponendo al centro il tema della cura e del lavoro di cura, è possibile costruire una buona economia che non produca sfruttamento, disoccupazione, sovrapproduzione, inquinamento? La mia risposta è sì, si può fare! Diversi sociologi ed economisti mi confortano in questa convinzione, a partire dal moderato Luciano Gallino. Ma è necessario intrecciare teorie e pratiche politiche, solo così possiamo concretamente provare a cambiare. I femminismi hanno sempre sperimentato forti connessioni tra teoria e pratica politica; inoltre, il fare, la pratica politica modifica le teorie.

Nei prossimi anni non ci sarà lavoro per tutte-i, soprattutto nell’ambito della produzione di merci e di case, ma ci saranno tanti lavori di cura da fare. La manutenzione di edifici pubblici e privati, la ristrutturazione e la riqualificazione degli spazi pubblici, la cura delle persone non può essere solo una faccenda di donne, una rivoluzione culturale è necessaria.

http://www.medmedia.it
http://www.universitadelledonne.it/paestum.htm

1 commento su questo articolo:

  1. gambusi ha detto:

    Sono anni e anni che lavoro a contatto con il genere maschile. Non è un gran ché. Era bello quando non li vedevamo da vicino e li potevamo immaginare intelligenti e intriganti. Spesso sono superficiali, confusi, arroganti, poco razionali, nevrotici, tanto da farmi chiedere come sia possibile che ancora non ce ne siamo accorte e come sia possibile che riusciamo ancora a sopportare un tale concentrato di imbecillità.
    Il pensiero che ci hanno e ci vogliano ancora dominare da seimila anni mi fa scoppiare di rabbia e di indignazione. Pensare che siamo ancora sotto il loro potere politico e gestionale, anche se siamo autonome economicamente, mi procura attacchi di bile incontrollati. E questo “genere” pretendeva e pretende ancora di comandarci, di gestire la nostra vita. Ma noi donne lo abbiamo un limite? Ma perché non iniziamo a trattarli per quello che sono? Insignificanti, superflui, pasticcioni e un vero peso per la società?

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