donne al potere, più rigore che buonismo

3 luglio 2012 di: Simona Mafai

In Italia la presenza femminile nelle alte sfere della politica, della economia, della giurisdizione si è molto ampliata. In armonia con ciò che avviene nel mondo (dall’Africa alla Birmania agli Stati Uniti, fino alla Germania con la sua robusta Cancelliera, bersaglio di tante critiche che mi lasciano personalmente dubbiosa) anche da noi si è verificato un mutamento. Nel Governo nazionale, dall’autunno scorso, tre donne, competenti e autorevoli, coprono ruoli ministeriali di primaria importanza. Una donna è stata chiamata (sostituendo un’altra donna!) alla presidenza della Rai. Lontanissimi i tempi in cui si considerò un grande successo avere per la prima volta una donna ministro: Tina Anselmi. Era il 1976, ed erano già passati trent’anni dalla proclamazione della Repubblica.

Oggi l’elenco delle donne che in Italia (molto meno in Sicilia) ricoprono ruoli di primissimo piano è abbastanza lungo, anche se non ci soddisfa.

Movimenti e associazioni femminili (dall’antica Udi al recentissimo Snoq) hanno sempre rivendicato e rivendicano una presenza femminile paritaria alla direzione della vita politica, sociale ed economica del paese. Un bel po’ di strada è stata percorsa, dal punto di vista numerico, ma pesa su di noi la domanda: le donne che raggiungono significative posizioni di potere nella vita pubblica, riescono a portare nei posti che vanno a ricoprire lo spirito nuovo, relazionale, non violento, che caratterizza il pensiero femminile? Riescono a far mutare almeno parzialmente e progressivamente il vecchio modo di fare politica e di amministrare? Cercano di collegarsi tra loro, per definire meglio, ed in modo corale, i propri ruoli?

La domanda resta sospesa; la risposta incerta. Una considerazione che mi sento di fare: nel loro agire politico, in genere, mi sembra che portino più rigore che buonismo. Evitiamo però conclusioni affrettate e tendenti al pessimismo. Consideriamo quanto fortemente si sono consolidati, nei secoli e nei millenni, le abitudini e gli stili di potere che vorremmo (e dobbiamo) modificare. Basta che non ci si adagi sull’esistente, e che le modificazioni da apportare alla cattiva politica vigente, siano sempre presenti ai nostri occhi, come obbiettivi difficili, ma che tuttavia dobbiamo raggiungere. E’ troppo presto per trarre conclusioni generali su una nostra capacità di cambiamento, che è agli inizi.

“Dio non paga il sabato”, dice un proverbio. Aggiorniamolo ai nostri angosciosi interrogativi, e speriamo nel prossimo giovedì!

2 commenti su questo articolo:

  1. Roberta ha detto:

    Fa sempre piacere leggere un articolo di Simona Mafai, dovrebbe scrivere più spesso e occupare spazi di altri articoli a volte banalotti, ma il sito è bello perché è vario (voi direste) e chi legge può sempre scegliere fra i tanti articoli.

  2. antonella ha detto:

    Non mi sento di gioire per queste donne al/di potere: da Merkel a Fornero ( come prima Condi Rice, M.Albright, M.Teacher e Golda Mayer) sono evidentemente frutto di una selezione che le ha messe in competizione con i politici maschi e da cui sono uscite vincitrici perchè capaci di mostrarsi più spietate.
    Nessuna delle ministre ha espresso un’autonomia rispetto al pensiero unico dominante, ortodosse esponenti del rigorismo liberista e tutrici dell’ordine (vedi le dichiarazioni sulla sentenza Diaz) convinte assertrici di un concetto di parità che tende a distruggere le tutele delle lavoratrici senza dare in cambio servizi.
    Non è di queste donne assolutamente estranee ad ogni percorso di pensiero di genere che abbiamo bisogno.

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