reparto riabilitazione donne, a Roma

30 giugno 2012 di: Clara Margani

Mara è stata operata per una capsulite adesiva, dopo aver sollevato per vent’anni bambini sempre più obesi nell’asilo nido dove lavora. Fin da quando aveva 15 mesi, Gina ha frequentato i reparti ortopedici di mezza Italia per una displasia congenita all’anca. Claudia ormai si considera una donna bionica, con le sue quattro protesi alle anche e alle ginocchia a causa di una degenerazione cartilaginea di origine familiare. In un incidente sugli sci, Dolores invece si è fratturata tutte e due le ginocchia ma sorride asserendo che per fortuna la testa si è salvata. Sono queste alcune delle ospiti di un centro di riabilitazione nelle vicinanze di Roma. Storie che si incrociano in stanze a due, tre, quattro letti dove può scoppiare la scintilla dell’amicizia e della collaborazione oppure quella del risentimento e dell’insofferenza. Donne giovani, mature e anziane con camicie da notte o pigiami a fiorellini, le tute griffate o non per le attività in palestra e i costumi multicolori o a tinta unita per la piscina.

Contemporameamente altre donne dispensano medicine, padelle, infilano calze antitrombo, portano colazioni, pranzi, cene, effettuano terapie individuali o di gruppo. Un universo femminile malato di malinconia, protagonismo, buonumore, autocommiserazione, battute un po’ spinte, pettegolezzi, confessioni, scambi di giornali e libri, ricette, consigli cosmetici e medicinali, racconti di storie d’amore e di solitudine. Le cicatrici non si possono nascondere, la cellulite viene mostrata senza eccessivi timori, le rughe sono lì a testimoniare che si è vissuto; nel confine del proprio letto il sonno non arriva sempre, il dolore fa cattiva compagnia e la nostalgia per quelli a casa è sempre più forte.

Poi arriva la data della dimissione dopo 30 o 40 giorni di degenza e un “sottile dispiacere”, per dirla come Mogol e Battisti, accompagna fino all’uscita, ma la solita vita è pronta lì fuori e superare il confine dopo la riabilitazione non è un’impresa troppo faticosa.

7 commenti su questo articolo:

  1. Annamaria, Z. ha detto:

    Un bozzetto preciso, un’universo femminile, trattato con amore, brava Clara!

  2. gemma ha detto:

    Il luogo comune del “sesso debole” perde il suo significato leggendo l’articolo scritto da Clara. Appare sicura di sé, tenace, forte, una roccia….Anche se le circostanze possono considerarsi avverse, Clara sembra conoscere il modo per affrontarle come un’osservatrice esterna, non coinvolta in prima persona. È in grado di gestire lo stress, il dolore, la fatica senza lamentarsi, senza ripiegarsi su se stessa, senza autocommiserarsi, dando conforto agli altri invece di chiederlo, dando sostegno, solidarietà, affetto a chi le sta intorno e che si trova come lei, in balia delle onde…… Nulla per lei è troppo ostile, troppo faticoso, tutto si può affrontare, basta volerlo, basta crederci, basta organizzarsi. Che dire poi della grande capacità di guardare la situazione che sta vivendo come se fosse la scena di uno spettacolo teatrale recitato da attori degni dei più alti riconoscimenti e di vedere le stanze dell’ ospedale e i reparti come fossero quelli dell’accademia di un grande teatro gestito dai migliori maestri, coreografi e costumisti. Credo che sia il modo più bello e positivo per affrontare la sofferenza e dare sollievo agli altri. Complimenti Clara e tanti auguri a te e alle tue compagne di viaggio!

  3. Paoletta ha detto:

    Soltanto riflettendo si capisce che non è un racconto a distanza ma vita vissuta, Clara rappresenta tante donne che nell’ombra formano una forza senza mai piangersi sopra.

  4. silvia ha detto:

    L’articolo di Clara arriva puntuale in questo periodo estivo per ricordarci che la malattia non va in vacanza, nè gli ospedali chiudono per ferie. Ogni ospedale è un microcosmo, con i suoi riti e ritmi quotidiani che scandiscono la giornata di pazienti ed operatori sanitari: giro visita dei medici, terapie, distribuzione dei vitti, orari visite parenti ecc… in cui si intrecciano tante storie di vita vissuta e rimbalzano senza sosta da una camera operatoria ad una corsia, da una stanza all’altra, da un letto all’altro. Storie che raccontano e parlano di dolori e speranze…fatica e stanchezza.

  5. maria ha detto:

    Donna in gamba
    Non si ha molto tempo, il tempo è tiranno ma se devi rallentare, si trova il tempo di osservare, parlare,ascoltare,sbagliare, fare conoscenza e stringere amicizie
    Basta non sprecarlo il tempo e aver voglia di conoscere chi ti capita a fianco
    Le gambe delle donne sono interessanti se sostengono una testa pensante
    Ti auguro di fare ……..tanta strada

  6. IRENE MARINI ha detto:

    NOI CHE ABBIAMO VISSUTO QUESTA ESPERIENZA, POISSIAMO AUGURARE A CHI DOPO DI NOI AFFRONTERA QUESTO “SOGGIORNO” CHE IL NOMENTANO E’ COMPOSTODA PERSONE VALIDISSIME PROFESSIONALMENTE ED UMANAMENTE.
    UN ABBREACCIO E RIMETTITITI IN FRETTA
    IRENE LETTO N.1

  7. Patrizia Masini ha detto:

    I commenti che precedono il mio hanno centrato perfettamente le doti di umanità profonda che tu possiedi e che sai mettere in campo anche nei momenti duri della vita . Da parte mia posso aggiungere che apprezzo molto anche le tue capacità giornalistiche nel saper descrivere “con pensosa leggerezza” situazioni e persone in difficoltà.
    Patrizia

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