la crisi e le parole non dette

3 giugno 2012 di: Rossella Caleca

Di lotta di classe non si parla più tra persone perbene. Specialmente tra persone perbene di sinistra. Già la parola “lotta” è antipatica, evoca fantasmi che non devono tornare: “negoziazione” appare assai migliore. Le classi, poi, come è noto, non esistono più. Al massimo si discute di “marginalità”, di “esclusione sociale”; sottinteso: noi “inclusi” orientati alla solidarietà lavoriamo o facciamo politica per far “includere” anche i meno fortunati (dove, non è chiaro: a meno che per inclusione non si intendano le condizioni minime di sopravvivenza, definite spesso “esistenza dignitosa”).

Certe espressioni sembrano poi ancor più datate nell’attuale situazione di emergenza, esplosa dopo lunga negazione, in cui tutti siamo chiamati ad affrontare, per il bene comune, gravi e urgenti sacrifici senza perderci in discussioni inutili. E invece, ecco che inopinatamente il sociologo Luciano Gallino se ne viene fuori con un libro dal titolo doppiamente trasgressivo: “La lotta di classe dopo la lotta di classe”. Essa non è mai finita, sostiene Gallino: e la classe del capitale, della finanza, della rendita, sta vincendo alla grande, nel crescendo di un neoliberismo selvaggio ormai globalizzato; ma, nel momento in cui il gioco le sta sfuggendo di mano, tra crisi finanziaria e recessione, cerca di far pagare il prezzo agli altri: paghino i lavoratori, più che le banche e le grandi imprese.

I famosi “mercati”, da placare, come divinità arcaiche e crudeli, con sacrifici umani, sono gestiti da potentati economici con interessi sovrani rispetto alle organizzazioni politiche nazionali e sovranazionali: queste presentano le misure anticrisi (come il Fiscal Compact, l’insieme di regole su deficit e debito pubblico – secondo alcuni esperti, di dubbia efficacia – sottoscritte da quasi tutti gli Stati europei, compresa l’Italia) come provvedimenti necessari al benessere di tutti, mentre sono, in realtà, funzionali al mantenimento dell’assetto di potere esistente facendo pagare, in proporzione, di più a chi meno ha. In un altro testo controcorrente, “L’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista”, Maurizio Lazzarato afferma che proprio l’immenso debito gravante sulla collettività sta permettendo al capitale di “riprendere, attraverso politiche di austerità, il controllo sul “sociale” e sulle spese sociali del welfare” e di “perseguire…la privatizzazione dei servizi”. I diritti sociali divengono così “debiti sociali”, suscettibili di essere trasformati in “debiti privati”: sotto la minaccia della crisi e della necessità di ripianare il debito pubblico, con una precisa strategia si sta distruggendo lo Stato Sociale in molti Paesi; compreso il nostro, dove il processo di dissoluzione sembra già ben avviato.

Molto di tutto ciò, in forma più o meno confusa, lo sappiamo già, lo stiamo sperimentando direttamente; ma è importante che si definisca a chiare lettere, con le parole giuste, quello che sta accadendo: rende evidente l’assenza di altre parole, parole che definiscano obiettivi alternativi, una visione diversa, un progetto che vada oltre l’emergenza, per rappresentare i veri interessi di chi adesso sta pagando di più: e non può che essere un progetto politico. Mi sembra che solo Hollande sinora abbia detto con grande chiarezza che deve essere la politica, e non la finanza, ad occuparsi della cosa pubblica, e di conseguenza chiederà in sede europea di rinegoziare il Fiscal Compact. E in Italia, i partiti che pensiamo ci rappresentino hanno un progetto politico che vada oltre l’emergenza, o almeno stanno cercando le parole per costruirlo? Aspettiamo ancora che qualcuno dica “qualcosa di sinistra”. Senza esagerare, per carità: non vogliamo certo che appaiano datati.

3 commenti su questo articolo:

  1. Silvana ha detto:

    E’ un’ articolo che mi è piaciuto molto, la fusione fra finanza, politica e società è davvero inaccettabile.

  2. Giuseppe ha detto:

    Chi è di estrazione cattolica si sarà sentito ripetere, prima o poi, che “il maggior successo del diavolo consiste nel far credere che non esiste”.
    Beh, trasponendo il ragionamento nel materialismo, mi pare evidente che “il maggior successo della classe sfruttatrice consiste nel far credere che essa non esiste”, ossia che le classi non ci sono più, che siamo tutti sulla stessa barca e baggianate varie. Non è novità, è da Menenio Agrippa in poi che ce la menano con queste storielle per allocchi.
    Nondimeno sono storielle che come la storia dimostra hanno avuto sempre un certo successo, almeno fin quando non esplode la crisi. A quel punto vengono tirati fuori dalla naftalina Keynes e Marx, secondo l’orientamento politico, ma soprattutto la gente si incazza, un po’ quando deve rinunciare a cambiare lo smartphone, molto di più quando si accorge che schia di rimanere a spasso.
    Il copione a questo punto prevede che riesplodano fenomeni terroristici o simili per “compattare la nazione” e rivenderci la storiella della “stessa barca”.
    Estote parati.

  3. gambusi ha detto:

    Giuseppe, il problema è per chi ci crede: i posti in barca non sono tutti gli stessi e il biglietto non costa tutto allo stesso modo. Prova a farlo entrare in testa a chi crede di poter vivere in “prima classe” solo perché ha comprato il biglietto con una qualsiasi finanziaria! Il paragone è pertinente?

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