“Chi scrive non è mai all’altezza di chi muore”

20 maggio 2012 di: Teodora Pottino

“Chi scrive non è mai all’altezza di chi muore”. Così il professor Bernard parla ad un Jacques Courmery bambino, lasciandogli uno dei suoi insegnamenti sulla distanza tra impegno politico e impegno intellettuale.  Jacques Courmery è il protagonista del film realizzato dal regista calabrese Gianni Amelio, “il primo uomo”, tratto dall’incompiuta autobiografia di Camus. In un fluido alternarsi tra anni venti e anni cinquanta, attraverso immagini che scorrono come fotografie, prende vita la scena del film, vista con gli occhi di un bambino e raccontata dai pensieri di un adulto, un quarantenne scrittore francese, ritornato nel luogo di nascita, ad Algeri, (dopo aver visitato la tomba del padre vittima della prima guerra mondiale). Partito da uomo solo, orfano di un padre, di un passato e di una storia, egli giunge all’uomo, a riscoprirsi per la prima volta tale, in una condizione di francese d’oltremare, trasponendo una dimensione privata e autobiografica in un orizzonte sociale storico ed esistenziale.  Lo sguardo di Jacques Courmery rimane sempre lo stesso, osserva il mondo sia da grande che da fanciullo, lo fa proprio nei suoi silenzi, prolungati e intensi, che contraddistinguono il film dando modo allo spettatore di pensare, ragionare e provare a coglierne il senso tacitamente espresso. Silenzi e sguardi dai quali lo spettatore può cogliere la tenerezza e l’affetto di Jacques nei confronti della madre, il timore e la tolleranza nei confronti della nonna povera e autoritaria, la stima e il rispetto nei confronti del maestro, che anni dopo insegnerà al protagonista scrittore quanto essenziale possa essere un romanzo ad esprimere la storia di un paese, e quanto a volte lice “stare dalla parte dei barbari”. Si, perché non dimentichiamo che in “primo uomo” ricopre un ruolo centrale la guerra che a lungo ha diviso il popolo di Algeri, tra chi voleva l’indipendenza e chi invece riaffermava l’appartenenza dell’Algeria alla Francia coloniatrice. Quella stessa Algeria vista attraverso gli occhi di chi lì è nato, essendone figlio e al tempo stesso straniero, e di chi lì è ritornato per riscoprire la parte di sé che sempre lì era rimasta.

2 commenti su questo articolo:

  1. Rosanna Pirajno ha detto:

    bel commento di un film molto bello e intenso, sei stata brava a cogliere oltretutto il senso dei lunghi silenzi…

  2. simona mafai ha detto:

    Hai ragione: é un film molto bello e duro. Hai fatto bene a sottolineare le parole del maestro allo scrittore (è una frase terribile, ma serve anche per noi). “Chi scrive non è mai all’altezza di chi muore”, anche se – a volte – molti di cloro che muoiono si dissolvono, e coloro che scrivono occupano la ribalta.
    Anche da questo punto di vista è molto significativo il “funerale di stato” che tra due giorni sarà celebrato a Placido Rizzotto,
    alla presenza del Presidente della Repubblica, dopo tanti decenni dal suo assassinio.
    Placido Rizzotto: uno che è morto. Altissimo.

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