le carriere sprint dei figli di papà

11 marzo 2012 di: Luigi Colajanni

Giusto ieri sera guardavo un cartone alla Tv con mia figlia. Era uno di questi cartoni manga, non per piccolissimi, di cui va pazza. C’era un personaggio, Frati San che giocava con l’allegro chirurgo. Chi non se lo ricorda? Quando me lo regalarono dovevo avere otto o dieci anni. Il gioco consisteva nell’estrarre, con una pinzetta, alcuni organi dal pupazzo senza fare suonare un campanello toccando i bordi delle aperture chirurgiche. Mi ricordo che se sbagliavo si accendeva il naso e si metteva a suonare. Comunque, questo tipo faceva continuamente suonare il naso al paziente e ogni volta che il naso suonava il padre gli dava un sonoro scapaccione. «Gioca» gli gridava, «ma io voglio giocare con la pista Policar» rispondeva il bambino piangendo. Niente da fare, il padre inflessibile lo costringeva a stare ore ed ore a levare strani pezzi dal corpo del paziente, tipo farfalle nello stomaco, l’osso del mal di vedova, l’osso del desiderio o il secchio per estrarre il liquido dalle ginocchia. Alla fine il bambino era diventato abbastanza bravo ed il padre lo iscriveva ad una gara per l’allegro chirurgo. Il primo livello si chiamava “Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari”, gli altri contendenti erano due igienisti e tre dentisti, che naturalmente erano svantaggiati perché non c’erano denti da levare nel giochino e così lui vinceva facile. Così passava al livello superiore.

Il secondo livello si chiamava “Unità Programmatica di avanguardia al Policlinico di Roma” e il bambino poteva chiedere l’aiuto da casa, perché la cosa si faceva complicata. Dunque venivano in suo aiuto la madre, che però era professoressa di lettere e quindi con la chirurgia non ci entrava niente ma al limite poteva suggerire storia della medicina, e la sorella che giocava sempre a fare l’avvocato. Lì il problema diventava più difficile, perché era ammesso solamente il 2% degli errori e invece il bambino continuava a sbagliare, sbagliare, sbagliare e tutti i pazienti morivano, quindi non riusciva a superare il livello e il gioco sembrava dovesse chiudersi li. Invece interveniva il padre che diceva: «non mi interessa, spostiamo comunque il gioco al livello superiore». Malgrado le proteste di tutti, mia figlia compresa che col senso della giustizia tipico dei bambini cominciava a gridare «non è giusto!», il gioco veniva spostato sul livello superiore. Per fare questo occorreva pagare una salatissima penale, ma il papà di Frati San la pagava con i soldi dello Stato. A questo punto interveniva la potentissima CIVIT, l’unità di controllo per la trasparenza voluta dal Ministro Brunetta San e il presidente Martone San diceva: «non è possibile che i padri intervengano a modificare le regole quando giocano i figli». «Ma tu chi sei, che vuoi, fatti i fatti tuoi» gli rispondeva il padre di Frati San. «Come che voglio, io sono qui per controllare che le regole vengano rispettate!», rispondeva Martone San. «Ma scusami», gli chiedeva il padre di Frati San «ma tu non sei quello che fa pagare tuo figlio dall’ente che devi controllare?»

– Perché fanno dei cartoni con queste storie così brutte? Mi ha chiesto mia figlia ….

– Mah, non lo so – le ho risposto – forse perché gli sceneggiatori si ispirano ai giornali italiani, i giornali si ispirano alle carriere veloci dei figli dei baroni dell’università che da dottorandi volano al posto di ricercatore, per planare sulla prima cattedra libera e diventare ordinari e poi …sempre più su.

5 commenti su questo articolo:

  1. Paoletta ha detto:

    Anche se il gioco appare complicato è semplice e divertente questa interpretazione dell’italietta quotidiana.

  2. francesca ha detto:

    caro luigi, il tuo gioco deve aumentare di livelli perché i consanguinei del rettore frati sono saliti di numero, non più tre ma quattro, meglio tenersi larghi forse cinque

  3. annachiara ha detto:

    raccontato alla maniera tua Luigi si è portati a minimizzare tutto perchè la presa in giro è violenta ma analizzando bene i fatti è un orrore per tutti i rettori i presidi i primari che sono capaci di mettere una laureata in lettere in una cattedra di medicina, insomma nella disonestà abbiano almeno il coraggio di laurearsi nella disciplina giusta! La figlia di Frati si è laureata in giurisprudenza per fare medicina legale dove non è necessario conoscere le leggi in generale ma quelle del corpo umano, stabilire dai contenuti dello stomaco l’ora della morte non è la stessa cosa che stabilire i termini di uno sfratto…Il tutto è pazzesco!

  4. luigi ha detto:

    appena uscito dalla facoltà di agraria si diceva che ai nostri professori l’unico albero che interessava era l’albero genealogico, ricordo un articolo di repubblica di qualche anno fa che la riportava ai primi posti, in italia, per nepotismo, ma la cosa, quando si parla di medicina diventa ancora più grave, perchè oltre all’ingiustizia sociale si manifesta un problema di danno grave, però che ci posso fare, è il mio modo di raccontare le cose, ma non credo che porti a minimizzarle, spero che diventi uno spunto per fare riflettere perchè a quello che succede, purtroppo, ormai siamo abituati

  5. Paolo.R ha detto:

    Trovo che questo modo di scrivere un po’ surreale è quello più immediato perché si equipara alla realtà, noi siamo in paese surreale, la terra che non c’è di Peter Pan.

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