giochiamoci la carta della qualità di idee e merci

21 marzo 2012 di: Ornella Papitto

Una notte quasi insonne. Per motivi di salute stagionale. Il pensiero corre, non si ferma mai. L’India, un miliardo e duecentomilioni di persone: condizioni di lavoro impossibili. Stipendi da fame, anche i laureati prendono poco. Un’economia in sviluppo. Un’economia creata per soddisfare i bisogni dei poveri, circa mezzo miliardo di persone. Imprese industriali che si arricchiscono offrendo prodotti a basso prezzo. Anche un dollaro, che moltiplicato per mezzo milardo, diventa un capitale enorme. I nostri operai non possono competere con loro. Siamo perdenti in partenza.

Poi Anagni. La fabbrica che costruiva televisori, chiusa. In attesa di spacchettare la linea di montaggio che veniva direttamente dall’India. Invece tutto fermo. Gli imballaggi ancora oggi intatti. Non se ne è fatto niente. Solo il direttore del personale ancora ha uno stipendio. Gli operai a casa. In attesa di qualcosa che non è neanche possibile prevedere. Rabbia, delusione, attesa. L’impresa indiana che ha portato qui la catena di montaggio ha affermato che non ha nessun interesse a far fare televisori in Italia. Lì, hanno delle ottime industrie e la richiesta è talmente elevata che non ritengono opportuno importare dall’Italia. Quindi, un grazie e non se ne fa più niente. Lì, in India, lo sviluppo è in aumento e la crescita economica anche.

E poi, un imprenditore italiano che riclica copertoni per farne materiale da utilizzare nei parchi gioco o sulle strade, come i dissuasori. Ma la sua industria è in crisi. Aspettava pagamenti dai suoi clienti: alcuni Comuni italiani. Pessimi clienti. Perché invece l’imprenditore non va a cercarsi i clienti in India? In Cina? Lì è il nuovo mercato. Perché rimanere qui, in Italia, dove i clienti non sono affidabili? Perché non creare un rapporto con una qualche agenzia per il commercio con l’estero e va lontano? Qui potrebbe produrre il materiale da fare conoscere nel mondo.

E poi le ditte di moda italiane, che danno lavoro in Cina e in India, e ci guadagnano una quantità di risorse indicibili. I nostri marchi che danno lavoro ma non alle nostre operaie e ai nostri operai, i quali vivono in cassa integrazione. A disperarsi. E tutti gli impiegati e ricercatori di un’azienda collaterale alla Sigma-Tau, che sono in sciopero? Tanti 110 e lode italiani, quarantenni, cinquantenni che non potranno trovare un’altra azienda che li potrà assumere. E se si unissero e vendessero il prodotto delle loro teste, ossia le loro competenze e la loro esperienza direttamente agli industriali indiani e ai cinesi? Lì c’è un mercato farmaceutico ancora tutto da attivare. Specialmente dopo la visione delle condizioni disumane di lavoro nelle quali vivono milioni di operai e operaie.

Perché i nostri imprenditori spostano i call center nei paesi dell’est? Perché i nostri ricercatori non si propongono ai mercati dell’estremo oriente? E’ follia? Forse sì, anzi sicuramente sì. Ma qualcuno ci ha mai pensato? Siamo nella globalizzazione. Tanti miliardari indiani o cinesi potrebbero investire in Italia, grazie alle competenze dei lavoratori italiani. Perché non investire nelle qualità degli italiani? Potremmo fare unicamente lavori di qualità, oggetti di qualità, quello che sappiamo fare per nostra natura. Creatività, perfezione, serietà, manualità. Potremmo vendere a milioni di persone. Perché non esportare le idee e i modelli nei paesi ricchi emergenti paganti e non “buffanti”? Molte aziende italiane potrebbero forse cambiare rotta.

L’idea è che, come italiani abbiamo una creatività inesauribile. Non ce la potrà mai togliere nessuno. La possiamo solo mettere a frutto. Ma è sogno? O è follia? Forse sì. Anzi sì. Ma da qualche certezza dobbiamo pur partire e i progetti non nascono dal nulla ma da un’analisi attenta dei bisogni emergenti. Siamo sette miliardi di consumatori, di cui tre miliardi di buoni consumatori. E allora? Che aspettiamo? Che chiudano le imprese nella disperazione collettiva? In attesa di che? Avanti, verso una meta. Il mondo non aspetta nessuno.

4 commenti su questo articolo:

  1. antonio P. ha detto:

    Certamente la Papitto non è un’esperta di mercati e finanze ma certamente come suggerimenti elaborati in una notte insonne non sono male.

  2. Lucilla ha detto:

    Perchè no perchè no meglio Ornella Papitto che la Fornero

  3. Marcella Geraci ha detto:

    Brava, Ornella Papitto. La “delocalizzazione” è un fenomeno ignorato da tutti, comprese le associazioni datoriali che tanto si battono per il rispetto della legalità. Cosa fa un’azienda in Serbia? “Diminuisce i costi di manodopera”, leggi sfrutta i lavoratori, trasferisce tecnologie obsolete ed impoverisce i paesi nei quali si trova. “I lavoratori italiani costano molto” dicono in tanti. “Invece serbi, romeni, polacchi, etc. si accontentano di poco e lavorano di più”. Tutto questo nell’Europa dei diritti, nella quale è scoppiata una sorta di guerra tra poveri. A sostenere la necessità di delocalizzare sono le stesse persone che imprecano contro i migranti, colpevoli, nella loro opinione, di rubare il lavoro agli italiani. Vai a convincerli, che se Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto.

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