alto tradimento del paziente

11 gennaio 2012 di: Marina Turco

Antracicline, fluorouracile, epirubicina, ciclofosfamide, vinblastina, 5-fu, fluorouracile, adrucil, adriamicina, doxorubicina, rubex, cisplatino, platinol aq. Un giorno della tua vita giovane ti capita che il tuo futuro sia appeso ad una di questa sconosciute parole. E’ tutto difficile, la malattia, il terrore di lasciare chi ami, l’obbligo morale di lottare e poi quei nomi impossibili, concepiti già per non farti capire niente. Ascolti i medici pronunciarli come se dicessero un semplice ciao. E invece parlano di cancro. Parlano di te che ancora capisci poco, tranne che sei malato anche se ti senti benissimo. Qualcosa ti ha dichiarato guerra e a stento sai dov’è, figuriamoci se sai come organizzare la rappresaglia. Ti affidi. Stringi un’alleanza con il tempo e con i medici che sanno pronunciare quei nomi misteriosi, che conoscono. I medici che prendono il posto di una madre, di un padre, di un compagno. E’ la loro faccia che vuoi guardare da quel momento in poi. Un’espressione, gli occhi sgranati, una piega sulle labbra ti dicono se ti fermi o se andrai avanti. Vorresti sentire solo la loro voce dirti: «è tutto normale, la chemio è così, dà questi effetti collaterali, poi passa».

Ma com’è la chemioterapia? I medici dovrebbero saperlo: è la più mostruosa umiliazione che un farmaco possa infliggere ad un essere vivente. E’ la demolizione del suo sistema cellulare, è una ruspa che abbatte tutto. Un giorno ti aspetta una sacca. A volte contiene un liquido rosso (antracicline) a volte è più chiaro. Quella rossa, ti dicono, ti farà stare peggio. Ed è vero. Comincia tutto con uno strano fragore nel naso, come una microesplosione che lentamente si espande verso il basso e raggiunge il luogo prediletto: lo stomaco. A due ore da un’infusione è lì che arriva l’atomica. Lotti per non morire e ti senti di morire. Sei una centrifuga, sei un aereo che precipita. L’intestino si disperde e finisce chissà dove, ti sale in gola. Il corpo non riesce più a contenere il corpo, vuole venire fuori e cacciare tutto. Non rispondi a te stesso, non sai dire ad un braccio “alzati”, non puoi muovere la testa senza che ti assalga il bisogno di svuotare il vuoto delle vie biliari. Il corpo perde forze e umanità. Quattro, sei, otto, volte dovrai sfidare la sacca atomica, se vuoi rispondere al nemico.

Ma il tuo consiglio di guerra deve starti al fianco. Il medico deve esserne il capo. Ogni suo errore, varrà la tua dignità di essere umano nella malattia e varrà la tua vita. Se non è stretto il patto fra medico e paziente, ogni battaglia sarà più rischiosa se non perduta. Valeria Lembo l’ha perduta a 34 anni. Le hanno fatto esplodere dentro un’atomica dieci volte più potente di quella dalla quale avrebbe comunque dovuto difendersi. La sua condanna è stata messa nero su bianco al Policlinico di Palermo. Firmata sulla cartella clinica. Era andata lì, si era fidata. Come altri aveva scelto perché conosceva qualcuno che conosceva uno, due, tre medici. Un esercito con cui allearsi per sfidare il cancro e tornare a casa senza capelli dal bimbo piccolo che non ne avrebbe avuto memoria.

Quell’esercito l’ha tradita e forse l’ha uccisa ben prima e più brutalmente del morbo. Impossibile immaginare l’effetto di quell’atomica. In corpo un’Hiroshima invece di un’esercitazione in un atollo. Più facile purtroppo è cogliere la scena di quel delitto. Il caos, il precariato, medici e infermieri scontenti, primari in lotta, la farmacia che va a rilento, i conti che non tornano, il reparto che più brutto non si può, i tumori che si diffondono ormai con portata pandemica, i chemioterapici (atomici) che restano ancora lì perché la ricerca segna il passo (per smaltire le scorte e ingrassare le multinazionali?). La procura ricostruisce i fatti. I cinque indagati provano a difendersi.

Gli avvocati si sgolano. Un giusto processo spiegherà a quel figlio perché non vedrà mai più la sua mamma che forse se ne sarebbe andata lo stesso. O forse no. In quel reparto la missione medica è fallita. Ed è fallito il compito di formazione. Eppure sono ancora lì tutti gli attori di questa tragedia che si chiama alto tradimento del paziente. Sarà tardiva ogni decisione della Direzione del Policlinico, della stessa Università e dell’ assessorato regionale alla Sanità.

18 commenti su questo articolo:

  1. simona mafai ha detto:

    Cara Marina, sei stata precisa, commovente, tragica. Adeguata ad un orrore che non sarebbe dovuto accadere, e che fa vergognare la sanità e purtroppo, ancora una volta, Palermo.

  2. ornella papitto ha detto:

    Mi dispiace, Marina “se si è resa necessaria una violazione del pudore”, ma, secondo me, la violazione l’hanno compiuta in gruppo, medico e infermiere, anche se come riportato, in questo caso, l’infermiere aveva fatto presente l’errore macroscopico. Il pudore l’hanno offeso loro, con quelle miserie di ragioni che certo non giustificano un disinteresse assoluto per una paziente che soffre. Per molti operatori sanitari il dolore degli altri è routine e non ha niente di umano. Questa è la tragedia per chi si trova a vivere la sofferenza. Nessuna umanità, nessuna comprensione, nessuna professionalità.

  3. […] sbagliata: perché se fosse davvero incurabile non ci sarebbero testimonianze come quella, bellissima, di Marina Turco su Mezzocielo.it che parte da un tragico fatto di cronaca (la morte di una donna […]

  4. concetta rizzo ha detto:

    Il “pudore” l’hai violato con eccezionale maestria! Sei una grande Marina. “Un giusto processo spiegherà a quel figlio perché non vedrà mai più la sua mamma che forse se ne sarebbe andata lo stesso. O forse no.”…

    • Marina Turco ha detto:

      Grazie, Concetta. Sono una dalla memoria selettiva. Le sofferenze sono alle spalle. Volevo onorare chi ha avuto negato il diritto di lottare.

  5. Ignazio Marchese ha detto:

    Queste morti, tante, troppe, sono il frutto di una gestione politica della sanità. Di primari, direttori generali, adesso manager, medici, infermieri scelti nelle sedi di partito. Vincono i concorsi non i più bravi. Non quelli con maggiore competenza. Ma chi ha lo sponsor politico e rientra in quella quota. Si sono mangiati la sanità. Adesso nei reparti manca di tutto. Di Valeria Lembo, di Grazia Maria Li Vigni ce ne saranno ancora. Purtroppo.
    P.S. Il pezzo di Marina è davvero chiaro. Un pugno nello stomaco per chi ha sulla coscienza la morte di Valeria, Grazia Maria e quella di tanti pazienti…..

    • Marina Turco ha detto:

      Per troppi sono ancora lontani i luoghi dove ti curano e ti mettono nelle condizioni di sperare e di cogliere fino in fondo l’essenza del diritto alle cure e ad una possibile guarigione.

  6. luciana ha detto:

    mi sono commossafino alle lacrime .questa tragedia tante persone potrebbero viverla se non trovano strutture efficienti .chi ha vissuto la malattia sa che si pensa sempre di morire,sta ai sanitari infondere sicurezza e affrontare ogni storia non dimenticando che hanno persone e non oggetti da trattare.spesso si emigra al nord perche’ si ha la consapevolezza della inefficenza della sanita’ siciliana.all’IEO di milano tanti cartelli incoraggiano e dicono di cancro si guarisce e tante storie lo dimostrano.

    • Marina Turco ha detto:

      Paghiamo la perifericità a caro prezzo. Ma paghiamo anche malcostume, indifferenza e distanza siderale dal rispetto del malato.

  7. Virginia ha detto:

    Il tuo pezzo è a dir poco eccellente Marina!
    Non conoscevo Valeria ma ho pianto per lei come avrei potuto farlo per un’amica o per un parente.
    Mi auguro davvero che questa tristissima ennesima storia di mala sanità possa scuotere tutto il mondo medico.
    Spero imparino a considerare il paziente un individuo che merita tutta l’attenzione, piuttosto che un semplice numero pensante, che non deve far troppe domande e se vuole semplicente capire cosa stanno facendo al suo corpo è perfino un paziente rompiscatole!

    • Marina Turco ha detto:

      E’ proprio quello il tema, la questione della centralità del paziente…negare il diritto a lottare è imperdonabile.
      Grazie Virgi.

  8. rossella caleca ha detto:

    In molti modi diversi si può tradire una persona che ti chiede aiuto. Il più banale è negarglielo: poi ce ne sono altri, meno evidenti. Sottrarre le risorse necessarie, per le strutture e per il personale. Mantenere nell’inefficienza, nell’assenza di governo, nella trascuratezza e nella confusione contesti di cura che non possono ammettere negligenze. Scaricare il proprio lavoro e le proprie responsabilità su altri che non potrebbero assumersele. Ignorare, dimenticare i diritti e la dignità del dolore umano. A volte chi viene tradito sopravvive. A volte no.
    Grazie Marina per quello che hai scritto e per come lo hai scritto.

  9. Marina Turco ha detto:

    Grazie a te Rossella, percepisco che il tema ti è familiare…

  10. Cetty Rizzuto ha detto:

    Il tuo pezzo e’ struggente, amaro e so bene di cosa parli.
    Un numero, una cartella, una percentuale casistica; questo ti fanno sentire e tu chiedi invece complicità, una voce morbida, uno sguardo attento, un sostegno solido per avere una possibilità per continuare a vivere. Sei convinta di avere il diritto di lottare, e invece ti dicono che devi accontentarti di un cocktail esplosivo; che altro puoi chiedere di più? Se poi il cocktail
    esplode, errare …. e’ umano anche in questo caso? E’ umano perdere una mamma quando ne hai più bisogno e avresti potuto tenerla stretto a te ancora a lungo? E’ umano sentirsi sollevati da responsabilità solo perché qualcuno altro ha firmato la cartella distrattamente? Nessun giusto processo, e non credo sarà così, nessuna giusta sentenza potranno avere lo stesso valore dell’amore di una mamma per il bambino di Valeria Lembo.

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