addio a Giovanna Terranova

28 gennaio 2012 di: associazione donne contro la mafia

Cara Giovanna, molte di noi ti hanno conosciuto soltanto dopo l’omicidio di tuo marito Cesare. Poi, nell’impegno antimafia, siamo diventate amiche. Per ricordarti mi servirò anche delle tue parole. Parlando dell’omicidio mi hai detto: «Nei giorni successivi sprofondai in un abisso senza fondo, per un po’ persi la cognizione del tempo… Poi la vita più o meno lentamente riprende, anche se una morte di questo tipo non si dimentica. Non si dimentica perché al dolore si sovrappone l’orrore, la gratuità, la volgare brutalità dell’assassinio, la violenza che colpisce pure la dignità della persona fisica».

Giovanna si costituisce parte civile nel processo intentato contro Luciano Liggio, malgrado sia convinta che si sarebbe dovuto cercare i responsabili anche altrove, in tutte le inchieste istruite da suo marito, di cui non ha mai cessato di ricordare l’impegno. Nel 1980 è la prima firmataria, e la presentatrice a Pertini assieme a Rita Costa, dell’appello che donne siciliane, campane e calabresi rivolsero alle istituzioni perché fosse incentivata la lotta contro le mafie. Lei, che, per sua ammissione, non aveva mai fatto attività sociale e politica di alcun genere (ma aveva seguito con grande partecipazione l’attività del marito), accetta di essere una delle fondatrici dell’Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia e diventa la nostra presidente. E per il direttivo ci accoglievi nella tua casa, sempre gentilissima e affettuosa. Ricordo la tua ritrosia a intervenire in pubblico, ma, chiedendoci di non essere costretta a parlare, non sei mai mancata alle iniziative dell’Associazione. E non ti sei mai tirata indietro se c’era da incontrare degli studenti. Ricordo il tuo sdegno per le dichiarazioni di Liggio contro Cesare Terranova, la tua partecipazione a tante manifestazioni per le strade di Palermo o sulla scalinata del palazzo di giustizia in un sit-in a sostegno del pool antimafia, il tuo viaggio in Giappone invitata da avvocati di quel paese.

Giovanna ha saputo comprendere l’importanza della scelta di alcune donne di Palermo che si sono costituite parte civile nei processi contro gli assassini dei loro parenti, scontando l’isolamento del loro ambiente succube della mafia. Era presente alle udienze, ogni volta che le era possibile. Nella sua storia di vita ricorda il processo a Bagarella e a un altro killer della famiglia Marchese, accusati dell’uccisione del marito e del fratello di Maria Benigno. Eravamo in un’aula del palazzo di giustizia e Bagarella era a poca distanza da noi. Commentando le nostre impressioni nell’essere così vicine a un mafioso come Bagarella, ricordando gli insulti contro di noi delle donne della famiglia Marchese che una volta ti hanno spintonato cercando di farti cadere, mi hai detto: «Avevamo addosso, per tutto il tempo dell’udienza, lo sguardo di Bagarella (che ricambiavamo, non è che abbassavamo i nostri occhi!). Ricordo che dissi: ‘Questi occhi mi sembrano proiettili di rivoltella, che tentano di perforarmi’. Anni dopo un rapporto della Dia diceva che Bagarella era stato individuato come uno dei killer di mio marito».

Durante le udienze del maxiprocesso, a cui partecipavamo per solidarietà con Michela Buscemi e Vita Rugnetta, sedendo accanto al pubblico ci capitava di avere come vicini parenti di mafiosi. Mi ricordo il tuo disappunto, ma anche un po’ di divertimento dovuto al tuo carattere solare, quando da una fotografia su un giornale scopristi di essere stata seduta accanto al fratello di Totò Riina. E non sono mancati i riconoscimenti per il tuo impegno come presidente dell’Associazione: nell’84 il premio “Dalla Chiesa” e nell’88 il premio “Donna d’Europa”. Non voglio aggiungere nulla alle belle parole con cui hai spiegato le ragioni della tua scelta: «All’inizio l’istinto è quello di rinchiudersi nel proprio dolore, non si pensa assolutamente di mettersi in gioco. È quello che ho provato anch’io. Però poi ho avuto la sensazione di non essere la protagonista di una tragedia soltanto personale, ma di una tragedia collettiva, che il pericolo minacciava un’intera società, non solo me. È questo che spinge ad un certo punto a testimoniare, quando ci si dice che non sono fatti tuoi, ma sono fatti di tutti i cittadini. E non si deve perdere la capacità di reagire, cioè quel filo che ci lega gli uni agli altri in una società civile, che è il filo della reattività. Altrimenti si rischia di scivolare nell’indifferenza e nella rassegnazione, si rischia di dimenticare».

Cara Giovanna, grazie di essere stata con noi. Ti siamo tutte vicine in un grande abbraccio.

Le socie dell’Associazione donne contro la mafia

(foto a colori di Melania Messina)

3 commenti su questo articolo:

  1. maria ha detto:

    Le parole che hai scelto di Giovanna , oltre a sostenere e incoraggiare tutte le person, le trovo incisive sopratutto per le mamme, le figle, le sorelle, ect..Uscire dal’isolamento delle mura familiari , che costringe le donne a chiudersi nel senso di colpa, sarebbe un vero cambiamento.

    • Ozvaldoo ha detto:

      21 miaggo 2006stefanoportento è troppo un grande!!!!!!lo vorrei vedere in tv sempre più spesso e con lui anke angela,la sua medesima!!!!la perego ha fatto veramente una brutta figura giovedì:pensavo ke fosse una brava conduttrice…mi sono ricreduto  

    • Solomon ha detto:

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